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La panchina rossa di Torino

La panchina rossa ed il rischio di fermarsi al simbolo

Inaugurata a Castelfranci la “panchina rossa”, simbolo della lotta alla violenza di genere. Ma se il rischio fosse quello di fermarsi al simbolo?

La violenza di genere ed in particolare gli omicidi perpetrati da partners hanno assunto negli ultimi anni delle proporzioni allarmanti ed ormai non c’è giorno che passi senza dover leggere di un ennesimo caso di cd. “femminicidio.

Si moltiplicano, così, anche le iniziative volte a sensibilizzare sul tema ed a prevenire il fenomeno, soprattutto attraverso la promozione di buone prassi educative e sociali.

panchinaLe scarpe rosse, ad esempio, sono più di ogni altro l’oggetto che simboleggia la morte di una donna per mano del proprio partner e nelle numerose manifestazioni che si sono svolte in giro per l’Italia la loro presenza, magari in un angolo di una piazza, ha ben espresso la perdita e la desolazione legati a questo inquietante reato.

Ci sono, poi, simboli più forti e positivi, come il “pussyhat“, un cappello rosa con orecchie da gatto indossato durante la marcia mondiale per i diritti delle donne e il fiocco rosa, che solitamente si indossa il 25 novembre, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Il “simbolo” del resto ha proprio la funzione di veicolare un significato, in maniera più diretta ed eclatante, così da raggiungere il maggior numero di persone possibile.

Allora ben vengano iniziative di questo tipo, come la recente inaugurazione della “panchina rossa” nel comune di Castelfranci, se diventano il pretesto per incontrarsi, confrontarsi e soprattutto prendere decisioni su come fronteggiare questa dilagante violenza.

panchinaViene, tuttavia, da chiedersi se spesso il simbolo non rimanga tale, o addirittura si tramuti in una sorta di spot pubblicitario, a sfondo sociale si, ma pur sempre uno spot!

Chi opera quotidianamente a contatto con donne vittime di violenza non può non constatare che seppur presenti, gli strumenti di contrasto del fenomeno ed ancor più quelli di sostegno alle vittime sono ancora del tutto insufficienti.

Per non parlare del gap culturale che deve essere colmato tra il vecchio modello di “coppia” e quello attuale, in cui una donna emancipata ed indipendente finisce per minare un presunto equilibrio fondato su valori non più attuali.

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La violenza di genere, infatti, non può essere fronteggiata se non si lavora sulle nuove generazioni, sin dall’infanzia, e sulla pari dignità dei componenti della coppia.

Ci sono da scardinare molti luoghi comuni e stereotipi che, uniti ad una dose di rabbia e frustrazione presente – ahimè –  in molti esseri umani, rappresentano un mix pericolosissimo.

Ed allora ben vengano le iniziative “simboliche”, ma se non si programma un intervento sistematico nelle scuole e sui territori, temo che rimarranno solo occasioni per permettere al politico di turno di dire la propria.

 

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About Giuseppina Volpe

Giuseppina Volpe
Laureata in Giurisprudenza alla "Federico II" di Napoli, è un avvocato civilista dal 2004 ed ha il suo studio a Montella (Av). È sposata ed ha un figlio di otto anni, Samuel!

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