Quando torna il silenzio di Raffaele Della Fera

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Raffaele della Fera

Ieri pomeriggio, presso la sala Grasso di Palazzo Caracciolo, è stato presentato il libro Quando torna il silenzio” di Raffaele Della Fera, edizione Il Papavero

La voce del Maestro Salvatore Mazza, della Compagnia teatrale Clan H, ha subito rotto quel silenzio. Con l’emozione e la potenza della sua voce, ha letto alcuni stralci del romanzo di Raffaele Della Fera, edito da Il Papavero.

La sala era tacita, quasi quella voce e quelle parole bastassero a raccontare di Michele, il protagonista del romanzo, un uomo che vive le contraddizioni della vita e scopre che la sua dignità e quella degli altri è minacciata dalla corsa di ogni giorno e dal potere generalizzato dell’uomo. Un libro, quello di Raffaele Della Fera, che racconta di una nuova ecologia della mente, un nuovo modo di pensare.

“Si parla sempre e solo di crisi economica, ma la vera crisi è la crisi dei valori – asserisce la moderatrice della serata Donatella De Bartolomeis – dove manca l’uomo. Dov’è finito l’uomo? Se vogliamo ricominciare, dobbiamo ricominciare rigorosamente dall’uomo. Leggere un libro è come guardarsi allo specchio e come in uno specchio ho visto alcune cose in questo libro che mi rappresentano, in particolare mi piace pensare che questi racconti rivestono una linea sottile che separa i singoli racconti dall’unico racconto. Come se si raccontasse la storia di un unico personaggio. E se penso al titolo, Quando torna il silenzio, mi piace credere che il silenzio torna quando noi riusciamo a trasformare le nostre assenze in essenze”.

La De Bartolomeis ha sottolineato come quello che ci rende veramente vivi è l’amore, che è qualcosa di estremamente coraggioso. E che se si dona amore, poi si riceve amore.

Una musica leggera in sottofondo, quasi fosse una piuma delicata, e torna la voce di Salvatore Mazza, che racconta di Michele e di quel  silenzio che permette all’uomo di riflettere sulla  propria vita, di analizzare e correggere  gli errori. La sua voce ci parla anche di quel silenzio che permette all’uomo di ri-costruire e ri-partire. Da lì, dove si era perduto.

Alessandro Di Napoli, critico, ha sottolineato il valore e la grandezza di questa serie di racconti, che potrebbero definirsi anche romanzo. Ha evidenziato la sofferenza che si percepisce dalle pagine di questo libro, ma anche quella Spes, quella speranza che si respira e che Michele stesso respira.

Eloquente è stato l’intervento della giornalista Elena Russo:

“Quando ho cominciato a leggere questo libro, pagina dopo pagina, mi è stato chiaro perché Donatella De Bartolomeis mi ha voluta qui. Tra le pagine di questo libro ho imparato a conoscere una persona che, seppur tra mille difficoltà ed esperienze della vita, è capace ancora di fermarsi e ripartire, ma soprattutto di sognare ancora. Credo sia importante poter leggere questa raccolta di racconti, che vuole essere uno sguardo critico sulla società del tempo”.

“Michele ad un certo punto della sua vita è costretto a fermarsi e rivalutare con occhi diversi tutto ciò che lo ha sempre circondato. Si rende conto che la società in cui viviamo ha trasformato le nostre vite, basandole sulla produzione e sul consumo di beni effimeri. Abbiamo perso dei valori importanti, diventando schiavi di un potere più grande di noi. Ad un certo punto c’è una riflessione forse inquietante: questa società è stata capace di rendere schiavi anche i propri figli, ancor prima che essi possano cercare il loro posto nel mondo”.

Molto forte ed attuale la sua riflessione sulla società in cui viviamo, dove vige  una vera crisi di valori, e dove ci fermiamo a guardare senza mai capire a fondo l’altro:Raffaele della Fera

“Abbiamo perso la capacità di essere comunità – ha continuato Elena Russo – e quello che spesso ci caratterizza è un sentimento di invidia. Riusciamo solo ad essere dei guardoni verso la vita degli altri, senza renderci conto che in realtà siamo solo persone schiave di questo meccanismo. E questo Michele lo percepisce in un sogno… La società funziona  un po’  come una macchina ad ingranaggio, e quando trova un “pezzo difettoso” lo sostituisce con qualcosa di più valido, senza pensare ai sentimenti delle persone”.

“Così grazie a quella che in principio è percepita come una disgrazia, Michele riesce a liberarsi da questo ciclo vorticoso e addirittura andare alla radice del problema in un racconto struggente sul terremoto del 1980,  che in una sola notte ha trasformato tutto ciò che conosceva. In quei posti, dove da bambino ascoltava i canti dei contadini, sorgono adesso delle imprese e seppur regni il caos, fondamentalmente c’è silenzio… Nelle città siamo sempre più soli, e non riusciamo a percepire la sofferenza ed il dolore delle persone (…). Ad un certo punto dobbiamo riuscire a fidarci di noi stessi e anche degli altri. Perché la felicità è racchiusa dentro di noi, anche se a volte è difficile trovarla o cercarla perché manca il coraggio. Il coraggio arriva strada facendo, e solo chi non è capace di sognare proverà sempre a metterci i bastoni tra le ruote”.

La riflessione finale è stata affidata alla voce dell’autore, Raffaele Della Fera, che ha sottolineato come scrivere un libro sia come aprire una finestra dentro di sé.

“Non bisogna per forza cercare una storia straordinaria, ma raccontare la semplicità delle cose che viviamo strada facendo. L’eroe è chi riesce ad impegnarsi anche se non raggiunge subito il traguardo, ma ci crede e continua. Abbiamo perso la capacità di avere dei riferimenti semplici, che ci indichino la strada da percorrere. Abbiamo perso anche la capacità di guardarci negli occhi, la semplicità di un gesto tanto unico quanto straordinariamente forte. Stiamo distruggendo la ricchezza, senza accorgercene davvero. Dove sta il futuro?”.