sabato - 17 Aprile 2021

Vaccino, oggi somministrate 3.490 dosi in Irpinia

Nella giornata di oggi 16 aprile 2021 sono state somministrate presso i Centri Vaccinali anti-covid dell’Asl di Avellino tot. 3.490 dosi di vaccino così...
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    23 novembre 1980, 35 anni fa. Il dovere di ricordare

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    23 novembre 1980. L’Irpinia trema per 90 interminabili secondi. Circa 3000 morti, 9000 feriti e 300.000 sfollati il drammatico bilancio. Interi paesi rasi al suolo. 35 anni dopo, è ancora vivo lo straziante ricordo, entrato ormai a far parte della memoria collettiva

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    Irpinia. Domenica 23 novembre. Ore 19:35. Un caldo fuori stagione. L’Avellino al Partenio ha battuto l’Ascoli 4-2 nell’ottava giornata di serie A. Qualcuno è alla messa della sera. Una sera qualunque. Una giornata qualunque.

    È il 1980. È il terremoto.

    Novanta interminabili secondi. Un inquietante boato che ancora riecheggia nelle mente di chi visse quel giorno maledetto. Un ricordo straziante che ormai appartiene alla memoria collettiva di questa terra, trasmesso alle generazioni successive dai racconti dei testimoni, quasi secondo un’antica tradizione orale.

    23 novembre
    Macerie a Sant’Angelo dei Lombardi

    Il sisma, di magnitudo 6,9 della scala Richter corrispondente al IX-X grado della scala Mercalli, colpisce zone comprese tra la Campania e la Basilicata con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania.

    Due scosse ravvicinate, a pochi secondi di distanza l’una dall’altra, costano la vita a circa 3000 persone. Quasi 9000 i feriti e 300.000 gli sfollati. Interi paesi rasi al suolo. Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Conza, San Mango sul Calore e Teora i più colpiti.

    Uno scenario post apocalittico, come lo descrive qualche giorno dopo i fatti, il 7 dicembre del 1980, Alberto Moravia, inviato per il settimanale “L’Espresso”, nell’articolo dal titolo “Ho visto morire il Sud”:

    «In cima alla montagna, però, in luogo del solito giuoco di domino ordinato e intatto delle case di un paese, vedo come un’accozzaglia di nidi di vespa sfranti e sfondati, un grigio di polvere disciolta tra il quale emergono intelaiature in disordine dello stesso colore grigio polveroso. Guardo e cerco di capire, di riflettere; e ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano; adesso sono macerie e sotto quelle macerie stanno sepolti gli abitanti, altrettanto invisibili che i morti di quel cimitero che vedo laggiù, con il suo recinto, e le sue file di tombe, i suoi cipressi».

    23 novembre
    Il presidente della Repubblica Pertini visita i luoghi del sisma

    Eppure, la gravità della situazione non è chiara fin da subito al resto d’Italia. Difficoltà nelle telecomunicazioni, impervietà dei territori interni, carenza delle infrastrutture e mancanza di un coordinamento generale contribuiscono a rallentare i soccorsi che arrivano con grande ritardo.

    È proprio il presidente della Repubblica Sandro Pertini, recatosi il 25 novembre in elicottero sui luoghi della tragedia, a denunciare indignato tali inadempienze in un discorso televisivo con cui rivolge un accorato appello a tutti gli italiani. Lo stesso discorso in cui lancia un’invettiva, quasi profetica, contro ogni tipo di speculazione. Il riferimento esplicito è al sisma che aveva colpito il Belice (1968) e al fatto che i terremotati siciliani, a distanza di anni, vivessero ancora in baracche nonostante i fondi stanziati per la ricostruzione:

    «L’infamia peggiore per me è quella di speculare sulle disgrazie altrui. Quindi non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un’offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e la mia prima di tutto».

    Il 26 novembre “Il Mattino” di Napoli titola in prima pagina “FATE PRESTO! – Per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla”.

    23 novembre
    Prima pagina de “Il Mattino” del 26 novembre 1980

    L’Irpinia, umile terra di Sud quasi sconosciuta al resto d’Italia, balza tristemente agli onori della cronaca nazionale.

    Seguirà il tempo della solidarietà. L’arrivo di oltre 8000 soccorritori, tra cui volontari come Giovanni Cini, alla guida della Misericordia di Prato, che si guadagnerà l’appellativo di “Giovanni ’a Misericordia”, e di numerosi aiuti internazionali. Poi, verrà il tempo della ricostruzione, della speculazione e delle polemiche.

    L’Irpinia cambia volto per sempre, ma alla ricostruzione non si accompagna un vero rinnovamento, come il poeta e paesologo Franco Arminio ha amaramente sottolineato in un articolo di qualche tempo fa:

    «Le colpe delle classi dirigenti di allora, che poi sono le stesse di adesso, sono evidenti. Non si possono tacere, tuttavia, anche le colpe di gran parte della popolazione, che fu tanto ansiosa allora di partecipare alla spartizione del bottino. La ricostruzione post-terremoto ha accentuato quel processo di rottamazione della civiltà contadina già in corso negli anni precedenti, ma non è riuscita a portarci un’Irpinia veramente nuova. […] Abbiamo importato mattoni, continuiamo a esportare persone».

    Oggi, 35 anni dopo quel 23 novembre, gli irpini sono ancora divisi tra grandi e piccole difficoltà, eterne contraddizioni, scatti d’orgoglio e un dolente amore per questa terra.

    35 anni dopo quel 23 novembre, al di là di ogni possibile polemica, resta il dovere morale di ricordare. Per quanti hanno detto addio alla vita sotto quelle macerie. Per quanti li hanno pianti. Ma, soprattutto, perché mantenere viva la memoria significa mantenere viva la coscienza.

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