Alfonso Perugini e la sua “New York” al Laceno d’oro



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Avellino.Zon ha incontrato uno dei protagonisti del Laceno d’oro 2015. Alfonso Perugini, regista di “New York”, film che sarà proiettato il 17 settembre all’ex Carcere Borbonico. Ecco l’intervista

Alfonso Perugini, classe 1988, nato ad Atripalda e cresciuto a Pontinia (Latina), è un giovane regista che vive attualmente a New York dove ha frequentato la New York Film Academy. Con le sue opere, che spaziano dal genere comico a quello drammatico passando per il documentario, ha partecipato a vari festival italiani e internazionali. Quest’anno approda in Irpinia, al Laceno d’oro 2015, con la sua ultima fatica: la commedia “New York”, la cui proiezione è prevista per il 17 settembre all’ex Carcere Borbonico di Avellino. Si tratta della storia di Patrick, fotoreporter per una rivista di New York. Cinque episodi corrispondenti ai cinque boroughs (distretti) della Grande Mela dove si sviluppa la vicenda. Una serie di eventi fortuiti porteranno Patrick all’incontro e al confronto con cinque donne diverse.

Cosa pensi del “Laceno d’oro” e cosa ti aspetti da questa esperienza?

«Il Laceno d’oro è uno dei festival più importanti in Italia, specie nel Mezzogiorno. Rappresenta un’eccellenza nel panorama cinematografico italiano. L’anno scorso quando venni a sapere della sua rinascita dopo diversi anni di stop mi fece un grandissimo piacere, così quando mi hanno offerto di presentare New York per questa edizione, non ci ho pensato due volte. Vedo che l’anteprima del festival, dopo la premiazione di Abel Ferrara, promette molto bene. E quindi se questa è solo l’anteprima, mi aspetto un grande festival».

Alfonso Perugini
Jarkko Mäkelä e Kristen Lynn Raccone in una scena di “New York”

“New York” è una commedia che ruota intorno a cinque quartieri e a cinque figure femminili. Cosa rappresenta questa sorta di “gioco delle coincidenze”? Cosa impara il protagonista alla fine del suo percorso?

«Sono delle reazioni a catena. Il film è diviso in cinque episodi interconnessi con il protagonista Patrick (Jarkko Mäkelä) che funge da filo conduttore. Ogni episodio rappresenta un diverso stato emozionale nelle relazioni uomo-donna. Io e gli sceneggiatori abbiamo lavorato a lungo per presentare al pubblico cinque personaggi femminili completamente diversi, con problemi e storie differenti. Le cinque ragazze cambiano il destino e le intenzioni iniziali del protagonista, ma allo stesso tempo Patrick cambia i loro destini. Quello che posso dire sul finale è che vedremo il personaggio principale più in pace con sé stesso. Per il resto invito tutti i vostri lettori all’ex Carcere Borbonico alle 18 del 17 settembre».

La New York del film con i suoi distretti è rappresentata così come l’hai vissuta? Quanto c’è di autobiografico?

«Ho scelto di rappresentare non solo la New York turistica, la città che tutti si aspettano. A differenza di tanti film su New York, che magari si fermano alla sola Manhattan, io ho provato a scavare e ad andare verso l’esterno della città, girando a Staten Island o nel Bronx. C’è una buona metà di contenuto autobiografico, alcune scene le ho volute riportare esattamente come le ho vissute, come per esempio la scena dove compare l’amico e attore Auro Tosi nel ruolo del pimp. La cosa più importante per me è di aver girato un film strutturando il soggetto su base geografica e aver poi dimostrato ad alcuni scettici che un film così era realizzabile».

Come stai vivendo l’esperienza negli USA? Come mai hai scelto di trasferirti lì?

«Andare a vivere negli Stati Uniti, in particolar modo a New York, è stata una necessità dovuta al fatto di aver studiato materie cinematografiche a Roma Tor Vergata. Lì ho avuto la migliore formazione e le migliori basi teoriche sulla tecnica e sulla storia del cinema che un aspirante regista possa avere in Europa. Ma mancava un consolidamento pratico, anche se avevo già realizzato diversi progetti da solo con la mia A.Re.Ci. STUDIO. Così mi sono iscritto alla New York Film Academy, dove in due anni non solo ho colmato le ultime lacune, ma ho anche imparato a conoscere lo sviluppo della tecnologia cinematografica dei prossimi anni. Cose che, mi dispiace dire, in Italia si vedranno tra non meno di trent’anni».

Alfonso Perugini
Alfonso Perugini

Hai realizzato un documentario dedicato ad Alberto Sordi definendolo “il più grande interprete del cinema italiano”. Che ne pensi dello stato attuale del cinema italiano? E se dovessi confrontarlo con quello statunitense?

«Ed è vero! Alberto Sordi, assieme a Gassman, Tognazzi, Manfredi e Mastroianni hanno dato alla nostra industria cinematografica il primato in Europa almeno fino alla fine degli anni Settanta. Ora io non dico che adesso siamo inferiori agli Stati Uniti. Abbiamo le potenzialità per essere i primi al mondo. Ma questo è un processo che deve partire da chi fa cinema. Non è un problema di soldi, perché i soldi degli americani in Italia non li abbiamo mai visti, ma siamo ancora analogici in un mondo che ormai è tutto digitale. Quindi si capisce che bisogna colmare il divario con una massiccia dose di formazione continua dal produttore esecutivo fino all’ultimo uomo di fatica sul set».

In inglese si dice “to think big”, “pensare in grande”. In quest’ottica qual è dunque il tuo sogno più grande come regista?

«Credo che il sogno di ogni regista sia fare il proprio lavoro senza scendere a gravosi compromessi che possano influire sulla riuscita del film. Io per esempio sul set ascolto il parere di tutti, ma a decidere deve essere solo il regista. Per il futuro, molto anteriore, mi piacerebbe fare una trilogia di film sul Ventennio e poi, ricollegandomi alla precedente domanda, far rivivere in un film digitale i cinque mostri della Commedia all’italiana… Non hanno mai recitato tutti assieme».

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