Ariano, confronto sulle pratiche fatte dal 23 novembre 1980



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Il convegno «Da dove siamo partiti e dove siamo. Una riflessione sulle buone pratiche messe in atto dopo il terremoto del 23 novembre 1980» si è svolto giovedì mattina, nel giorno del 37º anniversario del sisma, ad Ariano. Iolanda Fimiani: «Interroghiamoci su cosa ci sta ricordando questo vuoto»

Si è svolto il 23 novembre, nel giorno del 37º anniversario del sisma dell’80, il convegno «Da dove siamo partiti e dove siamo. Una riflessione sulle buone pratiche messe in atto dopo il terremoto del 23 novembre 1980», organizzato dall’Amministrazione comunale di Ariano Irpino.

All’incontro, moderato da Assunta Visconti (psicologa «SIPEM SoS», sez. Campania), hanno preso parte i rappresentanti delle forze dell’ordine, le associazioni del settore, degli ordini professionali e gli studenti del liceo «P.P. Parzanese» e dell’istituto «Ruggero II» di Ariano, che hanno gremito l’Auditorium comunale.

Dopo il saluto in collegamento telefonico del sindaco della città del Tricolle, Domenico Gambacorta, ha preso la parola il vicesindaco Giovannantonio Puopolo: «Il terremoto è stato un momento di grande sofferenza, abbiamo subìto una grandissima ferita in tutta l’Irpinia, per noi quello è stato un momento drammatico. Questa città, in particolare, ha avuto un cambiamento epocale; Ariano, prima del terremoto del ’62, viveva prevalentemente nel centro storico, nella parte alta, ma la batosta finale è avvenuta proprio il 23 novembre 1980».

Non è stato un dibattito in chiave nostalgica, ma improntato sull’informazione e sulla divulgazione, in modo che i cittadini siano sempre più consapevoli di ciò che devono fare in fase di emergenza, come ha ribadito Sara Pannese (delegata comunale Protezione Civile): «Quest’incontro è stato organizzato e voluto per sottolineare che il terremoto non provoca solo distruzione materiale, bensì è anche un dramma psicologico e una mancanza di consapevolezza, una dematerializzazione dello stato interiore dell’uomo. Non dimenticare è importantissimo, come anche tramandare le buone prassi ai futuri giovani, divulgando sempre di più la prevenzione. Dopo quella catastrofe del 23 novembre 1980, ci si è resi conto a livello nazionale che era necessario creare una vera e propria organizzazione di protezione civile, pronta ad operare non soltanto durante le fasi emergenziali ma anche per monitorare il territorio in maniera costante».

A seguire, ci sono stati gli interventi di Egidio Grasso (presidente Ordine dei Geologi della Campania), il quale si è soffermato su «La consapevolezza del rischio», e l’ispettore Gerardo Schiavo, che ha relazionato sul tema «Presentazione del piano di emergenza e punti di raccolta ad Ariano Irpino».

Iolanda Fimiani (psicologa-psicoterapeuta «SIPEM SoS», sez. Campania), infine, si è soffermata sugli aspetti psicologici sia delle vittime che dei soccorritori: «Oltre a mettere in sicurezza le strade, gli edifici, c’è un altro aspetto che è più caro a noi psicologi ma che dovrebbe essere caro a tutti in quanto persone, esseri umani, ed è quello di mettere in sicurezza la psiche delle persone quando si è in una situazione di emergenza e non solo. Quando si perde il posto in cui si abitava si perde non solo un posto esterno, quindi la casa, ma anche un luogo interno. Far parte di un luogo, di una città è qualcosa che fa parte di noi, della nostra mente e perdere quei luoghi fisici, come la casa, la piazza e i luoghi simbolo della città significa perdere un pezzetto della nostra identità e doverla ricostruire, ed è in quel momento che interviene il lavoro psicologico, quando c’è l’urgenza. Il soccorritore invece, che è innanzitutto un cittadino, è una persona che vive in maniera vicaria il trauma della perdita.

Dopo una normale prima fase di shock, è regolare che le persone comincino a rielaborare quello che è successo e a chiedersi anche, nelle migliore delle ipotesi, cosa possono fare. Diventare volontari durante l’emergenza, mettendosi in discussione e dandosi da fare, è un modo per elaborare e arrivare all’accettazione e alla risoluzione rispetto all’evento traumatico che stiamo vivendo. Fortunatamente, gli studi ci dicono che non tutti sviluppano un vero e proprio disagio post-traumatico da stress, ma nonostante ciò i segni restano. Interroghiamoci, quindi, su cosa ci sta ricordando questo vuoto e sul perché è rimasto e non ce ne riusciamo ad occupare».

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