domenica - 19 Settembre 2021
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    Biennale d’Irpinia a Montella: una occasione di dialogo e riflessione

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    Sta per concludersi la I Biennale d’Irpinia, andata in mostra dal 7 al 14 agosto 2021 presso il Complesso Monumentale di Santa Maria della Neve a Montella: una collettiva che prende il titolo di Quaranta, quale occasione di dialogo e riflessione sociale dell’Arte Contemporanea rispetto al territorio irpino nella ricorrenza del quarantennale dal terremoto

    Montella – In uno dei Territori dell’Osso, così come Manlio Rossi Doria nel 1958 definì la marginalità che ha colpito le aree interne del Paese nel corso del Novecento, nasce l’idea ambiziosa, eppure estremamente essenziale, di una Biennale d’Irpinia.

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    Gli squilibri tra le zone rurali e quelle urbane, tra l’entroterra e la costa, tra la montagna e la pianura sono andate crescendo nei decenni ed una data ha segnato uno spartiacque qui in Irpinia: il 23 novembre 1980. Un giorno che ha interrotto bruscamente lo scorrere del tempo, sovvertendone il senso e creando un divario tra il pre e il post terremoto: uno spettro che aleggia ancora oggi sulle nuove generazioni. Ecco che il nostro territorio, così come altre aree interne, è stato investito da un progressivo spopolamento e dall’abbandono e l’incuria del paesaggio, con una conseguente e netta rarefazione sociale, sia in termini relazionali che di produttività, strutturale quanto culturale.

    Ed è in questa vacazione culturale che va ad inserirsi la Biennale d’Irpinia, alla sua prima edizione. Ideato e curato da Stefano Volpe, l’evento mira a diventare un punto di riferimento locale per raccontare il territorio irpino e per discuterne nell’ottica di tematiche universali, attraverso gli strumenti dell’Arte Contemporanea: in un luogo in cui spesso si ignora l’Arte, avvicinare il pubblico a quella Contemporanea rappresenta una sfida, che si spera possa essere vincente nel tempo.

    Così pittura, scultura, installazioni site-specific, fotografia e arte concettuale si confrontano nel percorso espositivo inserito negli spazi ricchi di storia del Complesso di Santa Maria della Neve a Montella (AV): a volte ben valorizzate, altre meno nel forzato impatto con uno spazio non neutro, che può sviarne la lettura focale.

    Gli interventi non sono solo irpini: molti gli artisti accorsi da altre realtà italiane, tutti accomunati dalla percezione, diretta o indiretta, di un fenomeno come quello del terremoto, che lungo lo stivale non conosce meno dolore o distruzione: l’Irpinia ne è solo l’emblematico riferimento storico.

    Accanto agli irpini Maria Rachele Branca, Francesco Campese, Alessandro Petriello, Generoso Vella, Stefano Volpe, espongono infatti i marchigiani Carlo Chiatti e Ricardo Aleodor Venturi; gli abruzzesi Alessandro D’Aquila ed Emanuele Moretti; i romani Guglielmo Mattei e Filippo Saccà; il veneto Matteo Bagolin.

    Fuori catalogo sono state presentate anche tre opere dei fratelli Elio, Luigi e Rosario Mazzella: una famiglia di artisti partenopei, distintisi coralmente per il loro impegno nell’arte del dopoguerra italiano. L’astrattismo formale, cromatico e segnico, che si riflette nella ricerca materica di un senso di vacuità esistenziale che le loro opere concorrono a presentare, vuol essere anche un’occasione di commiato per Luigi e Rosario, venuti a mancare proprio quest’anno.

    Di particolare impatto emotivo le incisioni di Alessandro Petriello che con Polvere (2021) fa sfoggio della tecnica calcografica della puntasecca: a lui va quindi il merito non solo di averla proposta ma di averla anche contaminata nella sperimentazione dell’uso di polveri miste all’inchiostro. Il tutto si sublima poeticamente nel ricordo dei crolli e appunto delle nubi di polveri quale fermo immagine in dissolvenza agli occhi degli spettatori di allora come di oggi. Una serie di incisioni che in parte si rispecchia in Paesaggio innevato (2020) di Francesco Campese, che ritrae i giorni di freddo che si abbatterono beffardamente sulle tende, le auto e le strade, come sull’animo vinto della gente, quasi a cristallizzare per sempre quegli attimi di disperazione sotto una lieve coltre di neve, che placidamente seppelliva le macerie.

    Degne di nota anche le opere di Generoso Vella, che nel suo dittico Tra le macerie dell’Irpinia (2021) lavora ad un graffitismo materico con sovrapposizioni a collage di citazioni e slogan, quanto la ricerca modulare di Nelle Case (2020-2021) di Stefano Volpe, presente in mostra anche come artista.

    Con una visione inedita nel suo iter artistico, Maria Rachele Branca si presenta con un’installazione intrinsecamente legata al territorio e al tessuto sociale pre-terremoto, sospeso tra un presente-passato ed un passato-presente, nell’ideale teca di Resti (2021).

    Interessante anche l’installazione con traccia sonora del terremoto d’Irpinia del marchigiano Ricardo Venturi: le sue MA(.)C(‘)ERI(?)E (2021) ci parlano della vita che continua, nonostante lo strazio e le perdite, nel gioco e nei colori dell’infanzia, delle future generazioni.

    A chiudere il percorso espositivo di Quaranta, l’opera Soldati (2021) dell’abruzzese Alessandro D’Aquila. Questa tavola ottometrica “poetica” riporta la poesia Soldati di Giuseppe Ungaretti, quale espressione pertinente della caducità umana, comune all’esperienza della trincea come all’attesa di una vita da ricostruire in tende e container, che a lungo hanno segnato (e a volte ancora segnano) il paesaggio dell’entroterra irpino. Nella ricerca concettuale dell’artista, il ricorso ad una tavola ottometrica per Soldati, con parte del testo in braille, tenta di mettere in connessione reciproca il mondo dei vedenti con quello dei non vedenti attraverso la comprensione di parole, che per quanto note, non sono leggibili all’altro. Tale lettura qui assume una doppia valenza, che richiama, in una suggestione tutt’altro che scontata, anche la realtà di chi ha vissuto l’esperienza del terremoto e di chi ne ha solo una memoria indiretta.

    Per tutti questi motivi, pur con l’auspicio di un margine di miglioramento, questo spazio di incontro di storia locale e paesaggio umano, che ha cercato di farsi laboratorio di un’idea di Arte più vicina a quella che si vorrebbe, ad oggi, viene promossa a pieni voti. La Biennale d’Irpinia, in prospettiva di ciò che potrebbe contribuire a cambiare nella visione dell’Arte Contemporanea sul territorio, potrebbe diventare un punto di riferimento anche per altre realtà locali, creando la tanto agognata, quanto ancora utopica, rete culturale irpina.

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    di Rossella Della Vecchia

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