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    Al Godot ad Avellino il “Caffè filosofico” discute il tema dell’amore platonico

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    Al Godot art bistrot, nel corso del terzo appuntamento del ciclo “Caffè filosofico”, si discute il tema dell’amore in Platone e nei neoplatonici

    Al Godot art bistrot, ieri, il Caffè filosofico ha avuto il piacere di riflettere sul tema dell’amore platonico con Michele Abbatedocente di Storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Salerno, profondo conoscitore del pensiero antico e tardo-antico. Il ciclo d’incontri “Caffè filosofico”, così come concepito dai suoi promotori e organizzatori, nasce dall’esigenza d’invertire il rapporto filosofo-problemi filosofici: al centro vengono posti i problemi, protagonista è l’uditorio che è eterogeneo così come le tematiche per non incorrere nel rischio dell’autoreferenzialità. In particolare in questo ciclo d’incontri si propone l’idea che riparta il Borgo dei filosofi ad Avellino. Il rituale, spiega il moderatore il dott. Mario Coppola, prevede una prima parte, di circa 40 minuti, in cui il relatore presenta il tema, una pausa di ristoro e la discussione. Prima di lasciare la parola al relatore il moderatore ringrazia Leonardo Festa, il Godot bistrot per l’ospitalità e Radio Cometa Rossa che trasmette in podcast tutti gli incontri.

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    La parola passa a Michele Abbate il quale sottolinea quanto il tema scelto, l’amore platonico, abbia poco a che fare con un amore che sia in qualche modo riconducibile alla festività di San Valentino, in quanto si colloca in una dimensione totalmente altra. “Che cosa vuol dire amore platonico? Nel linguaggio comune e nell’immaginario collettivo è un amore che non ha un diretto corrispettivo fisico, sensuale, bensì una dimensione spirituale”. Ci si ama platonicamente, dunque, in un senso spirituale, concettuale. Quest’idea non è del tutto sbagliata, tuttavia occorre riflettere su quale sia l’origine storica di un concetto apparentemente comune. “È fondamentale procedere in questo modo per comprendere la natura stessa delle nostre radici che non sono solo radici culturali, ma di comprensione della realtà in cui viviamo”.

    Locandina Caffè filosoficoIl tema dell’amore platonico e il termine amor platonicus si trova per la prima volta specificamente connotato in un filosofo del Rinascimento italiano: Marsilio Ficino, un autore fortemente imbevuto di platonismo. Ma da dove proviene l’idea di amore platonico? La scelta del relatore ricade su un dialogo platonico, il Simposio, che ci restituisce l’effettiva origine  del concetto. All’interno del Simposio si susseguono vari personaggi che propongono una propria definizione di Eros. La parte che rappresenta la prospettiva di Platone è quella conclusiva in cui Socrate racconta di un incontro con una sacerdotessa di Apollo, Diotima, che gli avrebbe fornito degli insegnamenti relativi all’amore. Centrale è il mito della nascita di Eros: egli non è un Dio, afferma Diotima, è un demone ossia una figura intermediaria posta tra gli dei e gli uomini. Egli sarebbe nato dall’unione di due entità: la personificazione dell’espediente (poros) e della povertà (penìa) intesa come bisogno, privazione. Eros sarebbe il punto d’incontro tra una condizione di bisogno e l’espediente, ossia la capacità di trovare una via d’uscita a questa condizione di privazione.

    Abbate richiama l’attenzione su una pagina del dialogo nella quale Platone spiega, per bocca di Socrate, perché Eros, ovvero Amore, può essere considerato l’atteggiamento filosofico per eccellenza. Il termine “filosofia” implica la nozione di philia (tensione, amicizia) e sophia (sapienza); filosofia è amore, tensione, ricerca della sapienza. Chi aspira alla conoscenza? Colui che non possiede già il sapere che caratterizza la natura della divinità. Eros diviene il simbolo della condizione filosofica in quanto è posto proprio a metà tra la condizione del sapiente e quella dell’ignorante. “Se non ci rendiamo conto che ci manca qualcosa mai diventeremo filosofi. Gli dei sono sapienti, ma non sono filosofi, ricercatori perché possiedono già il sapere”. La domanda da porsi a questo punto è come un ignorante si pone rispetto alla possibilità di conoscere: gli ignoranti non sono nemmeno in grado di rendersi conto di quello che gli manca. Il sapere e la ricerca del sapere rispondono originariamente a una mancanza; da questo punto di vista la figura di Eros descrive perfettamente la condizione di colui che orienta la propria esistenza alla ricerca del sapere, una ricerca incessante, mai esaustiva. Il concetto di bisogno appare costitutivamente legato a quello di amore: l’eros è una tensione che parte dalla consapevolezza di un bisogno. Cos’è che manca nella prospettiva di Platone?

    La tradizione post-platonica si delinea come il tentativo di trovare una risposta a questa domanda: che cos’è la conoscenza? “Il neoplatonismo concepisce la forma perfetta di conoscenza come un livello di sophia che rende l’uomo simile agli dei (assimilazione al divino). All’uomo è data questa possibilità nella misura in cui protende alla conoscenza”. Per i neoplatonici la conoscenza corrisponde a ciò che viene reso tramite l’espressione latina scala amoris ovvero la scala che conduce alla forma d’amore supremo. Si tratta di un procedimento che implica il trascendimento della realtà sensibile in vista di una dimensione totalmente spirituale, coglibile solo concettualmente tramite l’intelletto. L’amore platonico è, dunque, tensione intellettuale alla conoscenza che trascende la dimensione sensibile e la mutevolezza del divenire.

    Segue il momento della discussione, che dopo qualche iniziale esitazione, diviene sempre più accesa.

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