venerdì - 7 Agosto 2020

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    Un autunno uggioso, mesto. Solo il ricordo di ottobrate soleggiate, di vividi colori e abbondanti raccolti. E quando minaccia pioggia, fuori e dentro, parti per ritornare. Ritornare con occhi nuovi, andare per scoprire nuovi dettagli. L’auto va, insegue una meta che non trova. La strada è una compagna silenziosa, che si snoda su un paesaggio quasi deserto con in sottofondo Brace. E mentre continui ad andare, a mezz’aria fluttua la rievocazione infantile, adolescenziale, di qualche anno fa, di un luogo sospeso, senza tempo: ecco che incombe inconfondibile lo sperone roccioso di Cairano.

    La Cairano prima della riscoperta culturale per la manifestazione estiva del 7X, prima di sedicenti appropriazioni intellettuali. Prima delle bottiglie di peroni gettate nel vuoto polveroso di portoncini sfondati e del tempo arrestato tra l’antico e il postmoderno, c’è la memoria di un paesino di trecento anime. La Cairano deserta, dei cani randagi ben nutriti, del minimo intervento urbano. Una bellezza austera e allo stesso tempo confortante, un silenzio che sa ancora di natura incontaminata, a tratti interrotta solo dall’antropofonia contadina. cairano

    Decidere di salire, parcheggiare dove capita e trasformarti in turista della tua terra. Guardarsi intorno, paragonare, ripensare, e poi dirigersi, quasi istintivamente, verso il punto panoramico, dove l’aria è serena nonostante all’orizzonte avanzi una tempesta. Una foschia di nubi ammanta il panorama, sopendone i colori ma non intaccandone la sconfinata e amena fascinazione. Una visione che ha un ancestrale eco leopardiano.

    A strapiombo sulla Valle dell’Ofanto, a 797 m di altitudine, ammiri i paesi limitrofi come Andretta, Sant’Andrea di Conza, Pescopagano, Conza, con il suo centro abitato e la diga. A nord le brulle colline irpine, su cui si delineano quasi graficamente rivi e stradine serpeggianti; in direzione ovest si scorge Nusco, con alle spalle le vette dei Monti Picentini, mentre ad est si erge il profilo del Vulture. Infine a Sud la Valle del Sele, la cui visuale è ostacolata dalla Sella di Conza.

    Fermarsi a contemplare quella pace, per pochi minuti o per ore, chi lo sa, poi proseguire nel cammino costeggiando il borgo. Voltarsi sentendosi osservati da un essere quasi mitologico, il forno in mattoni. Lungo la via delle Grotte del Vino, ritrovare le vecchie cantine restaurate, la pietra viva e i portoni segnati dal tempo che le custodiscono. Imbrigliare lo sguardo tra i tetti, che aprono altri spiragli sulla vallata.

    E poi ricercare l’incanto nel tintinnante battere del torchio. Inoltrarsi in un vicolo, dove una porta angusta, piantonata da uno sciame di moscerini, è ciò che ti separa dalla dolce malinconia di qualcosa che ricordavi a fatica. Ti perdi, ti senti smarrita ma è allora che trovi … chi ti accoglie, da perfetta estranea. Parlare della vendemmia e del mosto, il cui odore è stata la tua scia; delle origini e della tradizione. Approfondire la conoscenza, con un invito ad accomodarsi e a bere un buon bicchiere di vino. Chiacchierare de “La donnaccia” di Silvio Siano, di impertinenti documentaristi RAI, di una vita dura, dedita al lavoro e costernata da importanti perdite. Trovare calore umano e occhi così belli, limpidi e profondi che non hanno bisogno di parole.

    Poi ripartire, con il magone, con la sensazione di lasciare qualcosa di pulito, di vero. Il Nόστος, il viaggio di ritorno alla vita quotidiana, già perde quell’autenticità.

     

    Foto di Rossella Della Vecchia, in esclusiva per AvellinoZon

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