Chi era Biagio Cava: la morte del boss

0
cava
Fonte "Il Mattino"

È morto il boss di Quindici Biagio Cava, capo-clan della camorra avellinese. Chi era davvero  il “reuccio” dell’Irpinia? 

È morto  due giorni fa il boss del clan omonimo Biagio Cava, che da trent’anni a questa parte ha lasciato scie di sangue nel territorio del Vallo Lauro, contendendosi la leadership criminale con i Graziano.

Aveva 62 anni e dopo due mesi di ricovero si è spento. A fine settembre era stato ricoverato d’urgenza, ironia della sorte, poco dopo che gli erano stati concessi i domiciliari a Quindici, per motivi di salute. Nel mese di maggio aveva subito un delicato intervento al cervello, a causa di un cancro. Una grave infezione post-operatoria ha complicato il quadro clinico, portandolo fino alla morte nel reparto di Terapia Intensiva del “Cardarelli” di Napoli.

Se di carriera possiamo parlare, la sua, quella da criminale, è stata lunga e asfaltata di sangue. Per i pochi che non conoscevano la sua indole criminale, Biagio Cava aveva una segheria a Quindici. Invece “o reuccio”, com’era soprannominato, è stato uno dei boss più potenti della camorra irpina. Proprio così, per chi non ci credesse la camorra sporca anche la verde Irpinia e non è una prerogativa partenopea. cava

Con la criminalità vesuviana, Cava ha combattuto e collaborato, conducendo una vera e propria guerra al fianco di Mario Fabbrocino (camorrista partenopeo) contro la N.C.O. (Nuova Camorra Organizzata) di Raffaele Cutolo.

Nel 1974, per la prima volta, un giovane Cava viene arrestato per tentato omicidio. Paradossalmente la camorra non c’entrava ancora nulla. Per lui la condanna a 9 anni di reclusione. Dal 1984 in poi il suo spessore criminale, tra i volti delinquenziali irpini, è cresciuto sempre di più ed è iniziata la sua vita da latitante, tipica per gli apici delle piramidi di stampo mafioso, perché a certi livelli, la reclusione è uno smacco che non ci si può concedere. Con la sua adesione alla Nuova Famiglia inizia una nuova era di prestigio criminale, confermato da sette ordini di cattura nei suoi confronti.

L’esistenza di un vero e proprio clan Cava viene confermata dagli addetti ai lavori soltanto a partire dal 2011. Più la famiglia accresceva il suo potere più doveva iniziare a guardarsi dagli altri camorristi oltre che dalla Legge. Auto blindate, case con vetri blindati e sistemi di sicurezza audiovisivi ne sono testimonianza. Il confronto col clan Graziano porta a numerose morti e tanti lutti per lo stesso Cava. Sono i Graziano ad uccidergli il padre nel 1995 e nel 2002 la sedicenne figlia, la cognata e la sorella.

Accuse di omicidi “illustri” e “fama” lo accompagnano fino ad essere scovato nella sua villa bunker di Pago Vallo Lauro. Il 23 luglio 2011, nell’ambito del maxi-processo al suo clan, viene condannato a 30 anni di reclusione per associazione camorristica.

Ben 19 i collaboratori di giustizia che hanno “tradito” il boss facendo parola delle sue malefatte e una vita che si è conclusa da recluso, come ha sempre fatto. Recluso nel suo bunker da latitante, tra le mura del carcere o tra quelle domestiche, una vita macchiata di sangue per poi tornare nella tana.