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    Domenico Esposito presenta “Mad World-Il mondo malato”

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    Il terzo libro di Domenico Esposito è stato pubblicato. In questa intervista il giovane autore irpino ci parla del suo nuovo lavoro e della sua passione per la scrittura

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    Da pochi giorni è uscito il romanzo Mad World – Il Mondo Malato, terzo romanzo di Domenico Esposito. Abbiamo incontrato il giovane autore cervinarese che, in esclusiva, ci ha concesso un’intervista dove ci racconta della sua passione per la scrittura e ci rivela qualche dettaglio di questo nuovo lavoro edito da Eretica Edizioni.

    domenico espositoCominciamo dall’inizio. Raccontaci come nasce Domenico Esposito come scrittore.

    «Da che ricordo ho sempre scritto. La mia esperienza come scrittore nasce con autobiografie romanzate, o comunque da testi legati alle mie esperienze, ma ovviamente dovevo ancora molto crescere interiormente e leggere soprattutto. Per un periodo mi sono concentrato molto di più sulla musica facendo il rapper, ma non ho mai tralasciato la scrittura. Continuavo a scrivere, anche nei miei testi musicali rielaboravo la mia vita. Le due cose andavano ad integrarsi, una cosa non escludeva l’altra: anche nell’ultimo romanzo il protagonista scrive dei testi musicali, a dimostrazione che le due cose possono convivere, ma la scrittura è stata da sempre la mia prima passione».

    Ti ricordi il momento esatto in cui è nata questa passione per la scrittura?

    «Io ho imparato a leggere molto presto, però ricordo che inizialmente avevo paura di scrivere. Mettevo la penna sul foglio e non riuscivo a continuare. Quando poi ho imparato non mi sono fermato più, ho cominciato a scrivere filastrocche che portavo a scuola, poesie, canzoni. Non erano niente di che ma sono state le primissime cose che ho prodotto. Il momento preciso in cui tutto è nato non lo ricordo perché ho cominciato da piccolissimo. Quando poi ho raggiunto la piena consapevolezza della mia scrittura, ho visto nascere il mio primo romanzo, La città dei matti, che ho proposto alle case editrici. È stato un lavoro che mi ha dato parecchia soddisfazione per essere il mio romanzo d’esordio».

    Dopo il tuo secondo romanzo, Sia fatta la mia volontà – Qui nel mondo, invece è cominciata una fase di stallo, un periodo in cui non riuscivi più a produrre e a scrivere. Cosa ha causato questa crisi?

    «Penso sia stata l’insoddisfazione stessa dell’artista. Con il mio secondo libro ho avuto parecchi problemi, affrontando dei temi scottanti sono stato molto criticato per le mie posizioni ideologiche. Avrà influito anche la troppa indifferenza, trovare una sala quasi vuota alla presentazione del tuo libro è qualcosa che ti segna. Dopo l’esperienza negativa del mio secondo romanzo ho continuato comunque a scrivere, ma mi accorgevo che mancava qualcosa. Per paura di essere ancora criticato scrivevo delle cose banali che puntualmente le case editrici mi rifiutavano. È stato un percorso molto duro, ma mi ha insegnato molte cose, mi sono rimesso in discussione, ho imparato a scrivere meglio e alla fine sono arrivato alla pubblicazione del mio terzo romanzo».

    domenico espositoParliamo proprio del tuo nuovo romanzo appena uscito, “Mad World – il Mondo Malato”, perché la scelta di questo titolo?

    «Il titolo è legato alla canzone dei Tears for Fear, intitolata proprio Mad World. Ho accostato “il mondo malato” che non ne è proprio una traduzione. Il mondo malato inizialmente doveva essere il titolo di un libro scritto da un scrittore-protagonista, il progetto era quello di un romanzo autobiografico però poi andando avanti nella scrittura ho cambiato un po’ di cose ed è divenuta la canzone del protagonista, che è un rocker fallito. Il libro non rispecchia la canzone ma è più che altro un tributo, la vera canzone che rispecchia il libro è quella che vi compare all’interno e che ho scritto io con l’aiuto di Ivan Romano, che con la sua band, Arie, musicherà dandole una realizzazione concreta».

    Quindi all’inizio partivi dall’idea di un romanzo autobiografico. Il protagonista del libro, Efrem Lettieri, è rimasto comunque un tuo alter-ego?

    «Si, in un certo senso. Efrem è uno scettico, è molto diverso da me ma segue i miei stessi principi. È schivo, anche io lo sono, si ritrova a socializzare solo per pura casualità. È un cantante in crisi che cerca di redimersi, mi rispecchio in lui per il periodo di crisi che io stesso ho vissuto o meglio rappresenta ogni artista che vive questo periodo di crisi. Ci sono comunque nel romanzo episodi che ho vissuto in prima persona o che ho visto vivere per poi rielaborarli, per questo non è prettamente autobiografico».

    Dalla trama Efrem Lettieri è un rocker fallito che vive in un paesino campano e che lavora come spazzino, professione dietro alla quale si cela un valore simbolico: vorrebbe ripulire il mondo come ripulisce le strade. Da cosa vorrebbe ripulire il mondo?

    «Si, il protagonista fa lo spazzino, vuole ripulire il mondo da tutto ciò non rispecchia la bellezza. Lo vedremo tramite gli altri personaggi. Ci sono una ragazzina che si alcolizza e si droga, un ragazzo nel gorgo della perversione, una donna che vende il suo corpo per droga: è da questo che vuole ripulire il mondo o vorrebbe farlo inducendo i personaggi alla riflessione, ovviamente non è semplice e non sempre ci riuscirà. Nei romanzi mi piace essere realistico, nella vita vera non è sempre facile né possibile ripulire una persona da questi inquinamenti mentali così nemmeno il protagonista ci riuscirà, anche perché deve ripulire prima di tutto se stesso dal suo passato. L’incontro con questi personaggi negativi, o meglio umanamente imperfetti, sarà l’occasione per Efrem di redimersi, redimere gli altri invece non è sempre possibile. Ovviamente non è rassegnazione, il messaggio positivo c’è ed è quello di provare sempre e comunque a cambiare le cose».

    Un finale che non è un lieto fine.

    «È un finale. Lascio aperte molte possibilità, perché sto pensando ad un seguito. Mi piacerebbe far diventare la storia una trilogia o una saga, perché no. Sono abituato a finali tragici, i miei primi due romanzi finiscono male questa volta avevo bisogno anche io di lasciare uno spiraglio di possibilità, una luce in fondo al tunnel».

    Nel libro sono presenti espressioni del nostro dialetto, come mai questa scelta?

    «Si lega alla mia ricerca di realismo. L’utilizzo del dialetto o delle parolacce può scandalizzare qualcuno, ma fanno parte del linguaggio quotidiano. Descrivere persone che parlano italiano in maniera perfetta non è realistico, è poco credibile. La storia è ambientata in un paesino campano, mi è sembrato giusto dialettizzare il nostro italiano».

    Il libro è già disponibile sul sito di Eretica Edizioni. Che riscontro ti aspetti dal pubblico?

    «Ho affrontato già l’indifferenza del pubblico e soprattutto della stampa. Non lo so, non mi lascio scoraggiare ma non mi illudo nemmeno. Proprio come ho scritto nel romanzo, non bisogna illudersi troppo altrimenti la disillusione sarà più devastante. Vorrei che i lettori leggano e commentino il mio libro, anche in maniera negativa. L’importante è che non rimanga un soprammobile. Mi aspetto che il messaggio del mio libro sia chiaro, nonostante il degrado e la bruttura c’è ancora qualcosa di bello da scoprire e recuperare. L’arte trasforma il degrado in bellezza, un po’ come il riciclaggio restando nel tema della professione del protagonista. È questo il bello dell’arte, che prende qualcosa di brutto e lo trasforma in qualcosa di magico».

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