venerdì - 23 Aprile 2021

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    Domenico Pisano vince il Premio “Letteratura” dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli

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    Il prof. Domenico Pisano si è aggiudicato il Premio “Letteratura” dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli con l’opera “Il tempo e un amore”. Abbiamo colto l’occasione per dialogare con il docente sui temi della cultura e della scuola ai tempi della pandemia

    Il prof. Domenico Pisano, insegnante di italiano e latino presso il Liceo statale “Publio Virgilio Marone” di Avellino, ha vinto la XXXVI edizione del Premio “Letteratura”, assegnato dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, con la sua raccolta poetica “Il tempo e un amore” (Manni Editore, 2019), opera che indaga l’essenza dell’amore combinandola alla domanda sul senso del tempo.

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    Un importante riconoscimento per il professore irpino che coltiva da sempre la sua passione per la scrittura, espressa sia attraverso la prosa che la poesia, a cominciare da “I racconti del Chiazzullo” (Firenze Libri, 1987), passando per il libro “Oltre il giardino dei fiori finti” (Guida, 2011) fino ad arrivare a “L’amore a voi dovuto” (Fondazione Mario Luzi, 2016) e a “La villa del tempo assente” (Italic Pequod, 2020).

    Abbiamo, dunque, colto quest’occasione per confrontarci con il prof. Domenico Pisano sui temi della cultura e della scuola, ancora più cruciali e discussi nel difficile periodo che stiamo vivendo a causa della pandemia.

    Domenico Pisano
    Logo dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli

    Iniziamo con una sua riflessione sull’ottenimento di questo premio in un momento storico così particolare in cui la cultura, seppure gravemente penalizzata dalle circostanze, continua a rappresentare un’ancora di salvezza per una società spaesata.

    «Mai come ora c’è necessità di cultura ovvero di ricerca scientifica, confronto, partecipazione. L’altro è non uno diverso da me, ma quella parte di me sinora tradita o dimenticata. Già da molto tempo tra noi il virus era diffuso e assassino: il virus dell’indifferenza, dell’egoismo, del denaro. Abbiamo bisogno, allora, di purezza, di onestà intellettuale, di coraggio d’amare, del rispetto verso la natura e la vita. Insomma, abbiamo bisogno di poesia. Poesia, che perde ogni polvere retorica e accademica e si presenta quale voce sommessa dell’anima. La mia silloge poeticaIl tempo e un amore” si inserisce in questo contesto; è, direi, un urlo ancestrale in una società in apnea, un silenzio attonito tra tanti rumori, una richiesta di ascolto e di identità in nome dell’amore. Quest’ultimo, sentimento smarrito e banalizzato, greto di fiume tra boschi, occasione perduta di fratellanza, è l’unica vera testimonianza di presenza terrena, che diventa divina nel momento in cui si stacca dalla materialità e si eleva a traccia indelebile di vita. Nel contempo, lo stesso procede in parallelo con il tempo in un percorso di rinascite e di abbandoni, di attese e di dubbi, di aneliti e di speranze. Il mio libro tenta di “comunicare” un disagio e un’utopia; vuole entrare nel quotidiano e nell’emergenza di ideali e di valori con la consapevolezza ardita di una lotta e di una complicità tra amore e tempo. Credo che tutto questo universo sia stato accolto e condiviso dalla giuria della XXXVI edizione del Premio “Letteratura” dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, uno dei più prestigiosi centri di cultura del Sud, un luogo d’incontro e di dialogo per intellettuali e artisti, che promuove l’immagine dell’Italia attraverso la sua cultura classica e contemporanea. Insomma, una realtà e un impegno di forte dignità etico-sociale. L’attuale delicato momento storico ha bisogno di tali presenze e spinte verso la progettazione e la realizzazione di un futuro costruito su basi umanitarie, non più affidato (maldestramente) a pseudo pragmatismi con effimere finalità di potere e di denaro».

    Domenico Pisano
    Il prof. Domenico Pisano

    Da insegnante di grande esperienza, qual è il suo punto di vista sulla situazione complessa che la scuola italiana sta vivendo da un anno a questa parte, periodo caratterizzato da lunghe chiusure e dalla tanto controversa didattica a distanza?

    «Se la cultura, intesa come partecipazione alla vita, occupa un ruolo essenziale nella vita quotidiana, la scuola, di certo, è il centro della comunità, l’agorà del confronto e della crescita umana e sociale. Eppure, questa istituzione da tempo è ai margini, un accessorio, una ruota di scorta (per giunta bucata). Negli ultimi anni quante pseudo riforme, quanti tagli economici, quanta mediocrità, quanta precarietà. La scuola è un ammortizzatore sociale: non propone un “reclutamento” serio e competente di docenti; accoglie tutti, anche chi non ha alcuna predisposizione all’insegnamento. Mi sembra tale caotica modalità un piano preciso politico per emarginare e dequalificare la scuola e, quindi, frenare (o manipolare) ogni processo di crescita culturale ed umana. L’emergenza Covid ha ancor di più evidenziato e aggravato tale situazione. DAD, DID, chiusure, aperture, banchi con rotelle sono la conseguenza di una improvvisazione. Al di là della strategia didattica, sulla quale già tanto si è parlato (con i relativi punti di criticità e di necessità), credo che non sarà facile recuperare passaggi educativi e colmare il “vuoto” formativo. Penso, soprattutto, ai bambini della prima elementare, che più di tutti non hanno avuto una opportunità continua e puntuale di apprendimento. Come pure gravi sono i danni di natura psicologica, che alunni e docenti hanno subito: deboli appaiono le prospettive di un ritorno alla “normalità”. Ecco: una scuola intesa quale centro (e non periferia!) di cultura e di aggregazione, incoraggiata e stimolata da un corpus legislativo e didattico di grande valenza, non si sarebbe trovata impreparata e smarrita, intervenendo, invece, con idonee attività e modalità per un’azione efficace di formazione».

    Che futuro immagina per la scuola e, più in generale, per la cultura, una volta che ci saremo finalmente lasciati alle spalle questa pandemia?

    «Spero che si dia alla scuola centralità e credibilità. La pandemia non ha fatto altro che esasperare la già critica realtà scolastica, della quale ha messo a nudo tanti aspetti frammentari e precari. È necessaria una nuova figura di docente, sì, è vero, che dal passato prenda l’entusiasmo, la competenza, il senso etico e dalle sfide del futuro la consapevolezza di un’adesione maggiore tra cultura e individuo. La differenza non viene fatta dall’uso di mezzi informatici: questi ultimi vanno utilizzati in maniera consona e precisa per ottenere risultati efficaci. La società e, quindi, la comunità hanno bisogno di cultura ovvero di humanitas. Credo nei giovani, nel loro innato senso di libertà e giustizia. Compito degli adulti è seguire tale traccia, rispettarla, fare della stessa un sentiero di vita. La scuola è il ponte, che collega generazioni e mondi diversi; l’occasione di una relazione umana instaurata sul rispetto e sulla solidarietà».

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