“Lettera a mio figlio sulla politica”, intervista a Giandonato Giordano



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Giandonato Giordano

A dicembre 2017 è uscito, per Off edizioni, “Lettera a mio figlio sulla politica”, ultimo libro di Giandonato Giordano. Ne abbiamo parlato con l’autore

A Giandonato Giordano, già autore di “Vita da sindaco”, “Mamma Diccì”, “Sprofondo Sud”, “ La nevicata del 73”, “ Aghi di pino silenzi e funghi” e coautore di “È verde il paradiso”, ho chiesto di parlarci del suo ultimo libroLettera a mio figlio sulla politica”, uscito a dicembre 2017 per Off edizioni.

Innumerevoli considerazioni stimola la lettura di questa lunga e bella epistola, che mette in evidenza la passione dell’autore per la politica e la disillusione che negli anni ne è derivata. La scoperta che essa è minata dalla corruzione, infangata dalle inchieste su tangenti, dal familismo e dai cosiddetti voltagabbana, che cambiano casacca con disinvoltura passando da un partito all’altro per perseguire il proprio interesse, ha portato l’autore a interrogarsi se sia ancora possibile che la “politica” torni a servizio dell’uomo e delle comunità.

E invocando parole nuove, semplici, dirette e intrise di valori e di ideali, parole di una rinnovata morale politica e della dedizione civile, i partiti e le istituzioni potranno tornare a parlare al popolo, ai giovani, alle loro menti aperte e fertili. Attraverso vari aneddoti nella sua lunga esperienza di sindaco di Guardia Dei lombardi, Giordano racconta del suo attaccamento al territorio Irpino, della sua voglia di identità:

Mi sento figlio di quel lembo di terra, dove mare e pianura sono entità distanti e dove l’asprezza del territorio appenninico si confonde con le amenità degli orizzonti che si scrutano dall’alto dei cocuzzoli, dove sono adagiati un’infinità di paesi dell’Irpinia”.

Giandonato Giordano

Quale urgenza ti ha spinto a scrivere “Lettera a mio figlio sulla politica”?

È una lettera indirizzata attraverso mio figlio a tutti i giovani con lo scopo di metterli in guardia dai mali che assillano la politica, come la corruzione, la mancanza di sobrietà dei costumi, la perdita di ogni valore etico e morale, il populismo che si alimenta sempre di più di un linguaggio volgare e persino dissacrante nell’atto di suggestionare il popolo, solleticando i sentimenti più beceri. Tutti mali che hanno causato il declino della politica provocando una disaffezione e un sempre crescente disimpegno dei giovani dalla partecipazione diretta. La lettera comunque  non è solo lo sfogo amaro di chi,  avendo coltivato  con grande passione l’impegno politico ne è rimasto profondamente deluso, ma è anche la consapevolezza che ci deve essere una nuova stagione della politica per sottrarla  agli improvvisatori, ai mestieranti ai truffaldini o ai demagoghi, affidandola, invece, ad uomini nuovi, capaci e responsabili che sappiano sognare e far sognare, ma soprattutto  uomini e donne che realizzino il loro impegno con carità e gratuità, bandendo l’egoismo sociale e di classe e favorendo l’altruismo, inteso non come ricerca del bene proprio ma del bene comune“.

Perché scegli di parlare di politica attraverso una lettera?

“La lettera, con la sua secolare vocazione comunicativa, mutua del genere epistolare due canoni per me fondamentali quello intimistico e quello pedagogico anche se entrambi si intrecciano nella mia narrazione. Di quello intimistico ho tratto la narrazione di episodi della mia vita  familiare dei valori di onestà ricevuti e seguiti nella vita pubblica e nel mio impegno di amministratore, pieno di delusioni e amarezze,  ma anche sostenuto da una tensione civica, da un amore di riscatto di quel lembo di terra dove sono nato e ho poi scelto di vivere. Il secondo aspetto è quello pedagogico che si sviluppa dentro elementi apodittici e narrativi con lo scopo di educare i giovani a un nuovo impegno civile che riscatti la politica dall’attuale grigiore e dalla crisi in cui versa, con la segreta ambizione di consegnare  il testimone ad una nuova generazione“.

A cura di Rosaria Patrone

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