«Il fulmine nella terra», un monologo sul terremoto dell’80



0
Il fulmine nella terra

Lo spettacolo «Il fulmine nella terra» verrà trasmesso stasera, in 1ª TV, alle 22.15 su Rai 5. L’opera teatrale mette in scena articoli e testimonianze dell’epoca. Scritto e diretto da Mirko Di Martino, autore originario di Lioni, il monologo è interpretato dall’attore giffonese Orazio Cerino

Stasera, Rai Cultura propone in 1ª TV alle 22.15, su Rai 5, lo spettacolo «Il fulmine nella terra. Irpinia 1980», un monologo di 60 minuti di teatro civile che racconta il terremoto in Irpinia del 1980, scritto e diretto da Mirko Di Martino, direttore del «Teatro dell’Osso», con il patrocinio del «Giffoni Experience», e interpretato da Orazio Cerino.

La regia televisiva è stata affidata a Luca Apolito, e le riprese di Fiorenzo Brancaccio, Francesco Paglioli e Gianvincenzo Nastasi hanno dato una seconda vita all’opera. Le musiche sono firmate da Nicola Dragotto, Bruno Tomasello e Polo Sud Edizioni Musicali, mentre Roberto Sapienza è il produttore associato.

«Il fulmine nella terra», nata nel 2010 e finalista al «Fringe Festival 2014» di Roma (dove l’attore giffonese Orazio Cerino ha ricevuto una nomination per il miglior attore), è un’opera teatrale basata su articoli di giornale, testimonianze e documenti originali. Lo spettacolo ricostruisce i primi giorni del sisma raccontando, a volte con ironia e a volte con crudezza, le storie delle vittime e dei soccorritori, i ritardi, l’impreparazione e gli errori dei soccorsi, ma è anche il racconto di un’epoca che sembra molto più lontana di quanto sia in realtà, attraverso le musiche, i film, la TV, l’Italia e l’Irpinia del 1980. Dal 2018 lo spettacolo tornerà in tournée in tutta Italia.

Orazio Cerino mentre recita il monologo

Sinossi del monologo «Il fulmine nella terra»

Trent’anni. La distanza che divide una generazione da un’altra. Lo spazio che separa una storia da un’altra. Trent’anni fa c’era una terra che oggi non c’è più. In mezzo c’è una data, il 23 novembre del 1980, e un terremoto lungo cento secondi. Lungo trent’anni. Le case sono state ricostruite, i morti compianti, le strade inaugurate, i fondi spesi. Ma la terra continua a tremare, perché i conti con il passato sono ancora aperti, perché c’è ancora qualcosa che aspetta di essere recuperato.

Trent’anni fa, l’Italia cantava «Disco Bambina» con Heather Parisi, esultava per l’oro di Pietro Mennea, indossava i pantaloni stretti di Miguel Bosé, ballava al suono della Disco music. Trent’anni fa, l’Italia si guarda allo specchio nelle macerie dell’Irpinia e non si riconosce: troppe cicatrici sul suo volto, troppe piaghe non ancora sanate, troppa gente dimenticata. I bambini di trent’anni fa sono cresciuti e oggi si guardano alle spalle e non trovano più nulla. I paesi dei loro padri sono luoghi stranieri, città lontane nel tempo, cartoline inviate da un mondo che non hanno mai conosciuto. E i nonni si ritrovano a inseguire i fantasmi dei loro ricordi, a parlare ai nipoti che li ascoltano senza capire, stanchi di sentirsi ripetere che «qui era tutta campagna».

Il 23 novembre 1980, il terremoto più distruttivo della nostra storia recente ha messo fine a un mondo e ne ha dato inizio a un altro. Rievocare quel giorno a teatro significa cercare di posare un ponte sul fiume della memoria, provare a riallacciare i legami tra due epoche, due generazioni, due mondi che dividono la stessa terra senza mai toccarsi. Storie, ricordi, documenti. Un teatro per rievocare, per condividere, per ricostruire. Un solo attore, e la memoria di un dramma collettivo. Perché la terra possa smettere di tremare. Trent’anni dopo.

Leggi anche