“Il sale della terra”, una meraviglia per gli occhi



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Il sale della Terra

È stato proiettato ieri “Il sale della terra”, un documentario inglobato nel programma del Laceno d’oro. Quando il cinema incontra la fotografia è arte pura

I commenti positivi all’uscita di una sala gremita e le espressioni favorevoli sul viso delle persone sedute accanto a me, lasciano intendere che “Il sale della terra” ha messo d’accordo proprio tutti. Lo slogan del Laceno d’oro è “Il cinema che riflette” e la battuta «che storie!» di uno spettatore la dice lunga. In effetti “Il sale della terra” non è un semplice documentario o un film biografico, è la storia dell’umanità, del mutamento delle popolazioni, della fragilità del mondo, delle moderne urbanizzazioni. Quello a cui ho assistito nella serata di ieri è stato un vero e proprio capolavoro. Un film sublime, folgorante, dove le immagini che si susseguono sono narrate da Sebastião Salgado, doppiato dalla voce suadente di Luca Biagini, che racconta le sue avventure attraverso aneddoti, episodi, storie, tradizioni. È proprio il fotografo brasiliano, uno dei più apprezzati al mondo, che ci illustra le sue fotografie, scattate in giro per il mondo, nei suoi  interminabili viaggi, alla ricerca di visioni da immortalare.

La vicenda di un uomo che abbandonò un futuro lavoro da economista per acquistare macchine fotografiche e dedicarsi alla fotografia insieme alla moglie, che fu il primo soggetto della sua prima foto. Il film si apre proprio con la definizione di fotografia, un termine che deriva dalle due parole greche “luce” e “grafia”; quindi «un fotografo è letteralmente qualcuno che disegna con la luce, qualcuno che descrive il mondo con luci e ombre», mentre la prima immagine che compare sullo schermo è stata scattata nella miniera d’oro della Serra Pelada, in Amazzonia.

Una fotografia di Sebastião Salgado, inclusa nel suo libro “Genesi”

La carrellata di emozioni prosegue con i viaggi effettuati nel suo continente, nell’America Latina più rurale e sconosciuta, documentando la vita nelle campagne, esperienze maturate sul campo per anni attraversando il Sud dell’Ecuador, il Messico del Nord, il Nord-Est del Brasile; ma è in Africa che il fotografo ha colto l’essenza del suo mestiere: sono le immagini scattate in Etiopia ad essere quelle più crude, dal forte impatto emotivo, periodo nel quale collaborò con Medici senza frontiere, riprendendo bambini degenti a causa della malaria. Il film poi si concentra sugli spostamenti in Congo, in Rwanda, in Tanzania, quando Salgado si interessò alla migrazione dei popoli, oltre che alla siccità e alle guerre coloniali e altre tematiche scottanti come i diritti dei lavoratori, la fame nel mondo, l’economia del mercato globale nei paesi in forte sviluppo.

Un fotografo, Salgado, socialmente impegnato, testimone della condizione umana, capace di accendere un faro sui reietti della società. La parte finale della pellicola si incentra su quello che si può definire il suo testamento, ritraendo le sue opere contenute nel libro fotografico “Genesi”, dove l’autore si reca nei luoghi che visitò Darwin, «per ritornare all’alba dei tempi». Ed è qui che Salgado omaggia il pianeta riconciliandosi con esso, fotografando animali e natura, in una visione più ottimistica rispetto alle stragi a cui aveva assistito e alla carestia disumana imposta dai governi africani. L’occhio attento di Salgado cattura immagini suggestive, inquadrando la vita quotidiana degli indigeni oppure il movimento di una tartaruga o di uno scimpanzé compiaciuto mentre guarda verso l’obiettivo, nell’identificazione di sé. Con il suo stile inconfondibile, rigorosamente in bianco e nero, Salgado racconta la sua “amicizia” con una balena, si emoziona per la forma di un albero, si commuove ripensando ai ricordi infantili vissuti nel paradiso dei suoi luoghi, in quelle stesse zone dove ha inaugurato l’Instituto Terra, un progetto ambientale dedicato alle foreste del Brasile, chiudendo un lungo ciclo personale.

Il film mostra la bellezza incantevole e misteriosa dell’universo contrapposta alle miserie umane che accomunano popoli più diversi tra loro, si schiera contro la brutalità dell’uomo e l’orrore del genocidio lasciando uno spiraglio di luce. Noi stessi siamo parte integrante della natura, lo sottolinea magistralmente il regista del film Wim Wenders, anch’egli fotografo. Un giorno forse ce ne renderemo conto, dopotutto «gli esseri umani sono il sale della terra».

 

FRASI DAL FILM

  • “Metti più fotografi nello stesso luogo e scatteranno tutti foto diverse, perché ognuno ha la propria storia”
  • “Un fotografo davanti alla macchina da presa non è come chiunque altro”
  • “Una cattiva inquadratura ci permette di avere una riproduzione, non una foto”
  • “La forza di un ritratto è che in quella frazione di secondo si coglie un po’ la vita della persona che si fotografa; gli occhi raccontano molto l’espressione del viso… quando fai un ritratto non sei solo tu che fai la foto, la persona ti offre la foto”
  • “Siamo animali molto feroci, siamo animali terribili noi umani. Siamo di una violenza estrema. La nostra è una storia di guerre, è una storia senza fine, una storia di repressioni, una storia folle”
  • “Dopo quello che ho visto in Rwanda non ci poteva essere salvezza per la nostra specie, nessuno meritava di vivere”
  • “Quando lasciai l’Africa, ero malato. Non avevo malattie infettive, ero malato nell’anima”

GIUDIZIO: *****

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