“Il tempo e un amore”, il nuovo libro del prof. Domenico Pisano. Intervista con l’autore



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Giovedì 7 novembre, alle ore 17:30, presso il Circolo della Stampa di Avellino, si terrà la presentazione della raccolta poetica “Il tempo e un amore” del prof. Domenico Pisano. Per l’occasione abbiamo intervistato l’autore

Insegnante di italiano e latino presso il  Liceo statalePublio Virgilio Marone” di Avellino, il prof. Domenico Pisano coltiva da sempre la sua passione per la scrittura. Nel 2016 ha ricevuto il prestigioso Premio “Cesare Pavese, nella sezione narrativa inedita, con il racconto “Chicco di caffè”.

Numerosi e importanti i temi affrontati dallo scrittore attraverso la prosa e la poesia: mito e folklore, il rapporto dell’essere umano con il tempo e l’amore e, non ultima, la delicata questione della salute mentale.

Abbiamo incontrato il prof. Domenico Pisano in vista della presentazione del suo ultimo libro “Il tempo e un amore” (Manni Editore, 2019), che si terrà giovedì 7 novembre, alle ore 17:30, presso il Circolo della Stampa di Avellino. Per l’occasione saranno presenti, oltre all’autore, Alberto Granese, professore ordinario presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Salerno, e Leonardo Festa, docente di storia e filosofia presso il Liceo “Fermi” di Vallata.

Domenico Pisano
Il prof. Domenico Pisano

Ecco cosa ci ha raccontato Domenico Pisano.

Come nel precedente prosimetro “L’amore a voi dovuto” (Fondazione Mario Luzi, 2016), anche nella raccolta di poesie “Il tempo e un amore” i sentimenti che affollano il mondo interiore dell’essere umano si incontrano e si scontrano con lo scorrere ineluttabile del tempo. È possibile considerare il tempo e l’amore l’humus della sua poetica?

«Sì, il tempo e l’amore attraversano le mie liriche e la mia narrativa. Non nascondo che sono ossessionato dal tempo, dal suo fluire inesorabile, dal suo scorrere implacabile. È una sensazione, che mi porto addosso, quasi una seconda pelle, e dentro, quasi uno spirito indomito. Ma, soprattutto, mi dispiace non poter cogliere in pieno la vita e le sue occasioni proprio per il vortice del tempo. Nei confronti dei miei genitori defunti (“L’amore a voi dovuto”) e di una donna (“Il tempo e un amore”) avverto sempre un senso di smarrimento, di incapacità: mi sembra di non aver dato pienamente. Attribuisco tale mia colpa al tempo, appunto, che non mi permette di instaurare un rapporto d’amore in pienezza. Sarà un alibi, il mio, forse: in effetti, sono io a non relazionare bene con l’altro. Mi rifugio, quasi, nell’attesa, che diventa il mio tempo».

Negli anni si è dedicato sia alla prosa che alla poesia, a cominciare da “I racconti del Chiazzullo” (Firenze Libri, 1987), passando per il libro “Oltre il giardino dei fiori finti” (Guida, 2011), fino ad arrivare alle opere poetiche già citate. C’è, tra le due, una forma espressiva che predilige? Come sceglie tra l’utilizzo dell’una o dell’altra?

«Ho iniziato a scrivere racconti e romanzi. “Un vizio assurdo”. La prosa mi veniva più spontanea. Ritenevo, inconsciamente, la narrativa quale “spazio” per me più naturale ed idoneo. Le letture, infatti, erano quasi tutte rivolte verso le opere di prosa, soprattutto romanzi. Devo, comunque, dire che sempre mi accompagnava nella scrittura un procedere per immagini veloci: usavo metafore o semplici similitudini per rendere un avvenimento o un personaggio più intenso. Prosa poetica, così è stata più volte definita dai miei lettori. Con il passar del tempo mi sono avvicinato alla poesia, la forma più alta e complessa della scrittura. Un processo di maturazione e sensibilità. È come partire dalla canzonetta per poi passare alla canzone d’autore e quindi al jazz e alla sinfonia. Non sono un poeta, sia ben chiaro: il poeta è un albatro. Sono soltanto uno che rischia nell’uso del verso e della parola quale mezzo di comunicazione. Ho letto molti poeti contemporanei e compreso quanto complesso e indefinibile sia il nostro animo. Credo che nella mia scrittura convivano queste due dimensioni. Due diversi modi d’intendere e di vivere una narrazione».

«Non so di preciso quale delle due realtà (narrativa e poetica) prevalga: un racconto, un verso sfugge al controllo dello scrittore, del poeta e si scrive da solo. Solo così ogni forma di scrittura sarà vera e onesta. Spero che la mia sia tale, anche se non dovesse essere valida. Di certo la poesia è più ardua della prosa: più essenziale. Con “lei” la parola è scarna e riacquista una libertà interpretativa, perduta nel caos della distorta comprensione, spesso tradita o calpestata da false relazioni sociali ed umane. Non è un caso che nella società contemporanea la incomunicabilità domini feroce e il verbum sia ridotto a rumore, emoticon, indifferenza. Si “comunica” (?) prestando attenzione al numero di consonanti da usare (come prevede un sms) e non alla necessità di esprimere se stessi. Attualmente, poesia significa flaccido romanticismo, anacronistico ed inutile linguaggio. Scrivere non è un passatempo ridicolo né intellettualismo cerebrale ed erudito: non risponde a mode futili o a esigenze commerciali (anche se attualmente questo è l’ambiguo universo dell’editoria): scrivere è essenzialmente un respiro necessario, un colloquio tentato».

Domenico Pisano

 

Sono tanti gli scrittori che hanno svolto o svolgono anche la professione di insegnante. Basti pensare ad autori come Daniel Pennac, Paola Mastrocola, Alessandro D’Avenia, solo per citarne alcuni. Nella sua esperienza, in che modo convivono queste due attività?

«Non è facile. L’attività di docente impegna moltissimo. Insegnare, o meglio credere nell’insegnamento e non compilare carte o seguire griglie, assorbe tante energie intellettuali e sentimentali. A casa, dopo una intensa giornata trascorsa a scuola, si arriva stanchi. Sembra quasi di non avere più risorse. Inoltre, quanto tempo viene sottratto ai propri desideri e, soprattutto, alla famiglia, ogni giorno, con compiti da correggere ed argomenti scolastici da approfondire? Va detto, anche, che l’esperienza didattica è molto formativa per i docenti. Proietta verso i giovani, confronta esperienze e realtà diverse, mette in discussione verità e aride certezze. Insomma, insegnare diventa un bellissimo racconto quotidiano, uno spunto narrativo».

Infine, qualche nota sul suo prossimo romanzo, la cui uscita è prevista per il 2020. Centrali saranno i temi della vecchiaia e dell’abbandono. Cosa può anticipare al riguardo?

«Uscirà per la casa editrice Italic Pequod il mio romanzo “La villa del tempo assente” nel 2020. Ancora il tema del tempo! In una casa per anziani uno di loro, Giuseppe, racconta la propria vicenda quotidiana, che conosce momenti feroci di abbandono e disumanizzazione, altri onirici ed emotivi. Inventerà addirittura un’altra vita, nella quale personaggi e avvenimenti si muovono continuamente, mescolando realtà e sogno. Non abbiamo cura e rispetto per il vecchio, considerato inutile e ingombrante. Una società civile deve avere massima cura e attenzione per i bambini e i vecchi! Quante istituzioni, invece, pubbliche e private, dalle case per anziani ai nidi per l’infanzia, seguono soltanto interessi economici, godono di finanziamenti statali, trasformano l’ambiente in un lager, il tempo in un’assenza! Il mio testo è un atto di accusa e di denuncia; nel contempo, un interrogativo. Quest’ultimo si presenta crudele: conosciamo i nostri genitori, il loro mondo interiore, le loro necessità ed esigenze, le malinconie e le gioie, i sogni e le attese? Cosa facciamo per loro? Ci accorgiamo che sono esseri umani? Esseri umani eccezionali per un amore incredibile, quello sublime del dare per dare? Giuseppe si accorge d’essere stato abbandonato dai figli, verso i quali avverte tenerezza, malinconia, smarrimento, delusione. Sul braccio porterà un numero: un numero scritto con la matita da lui stesso e da una vita distratta».

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