martedì - 18 Maggio 2021

Coronavirus, altri 52 casi di positività in Provincia. Ecco dove

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    Invasioni Irpine, alla riscoperta di Quaglietta e Calabritto

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    Le Invasioni Irpine arrivano nei territori di Quaglietta e Calabritto con un viaggio tra luci e ombre nelle comunità ai confini dell’Irpinia

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    Una domenica pomeriggio di giugno come tante altre siamo partiti alla scoperta dell’Irpinia remota con il format Invasioni Irpine. Abbiamo deciso di passare un weekend alternativo e siamo andati a vedere, a conoscere e a promuovere questa terre. Le Invasioni Irpine sono il primo e maggiore format per la promozione e la scoperta delle ricchezze e delle risorse dei 118 comuni della verde Irpinia.

    Quest’iniziativa, giunta alla sua undicesima tappa, nasce lo scorso autunno dalle associazioni “Terre del Lupo”,”Paesaggi Irpini”, “Palazzo Tenta39” e “Anthemis” dopo l’esperienza delle “Invasioni digitali 2014”. Lo spirito che ci guida da un anno tra provinciali polverose e dissestate alla scoperta della nostra terra è quello che va oltre i luoghi comuni, che va oltre i campanilismi e viaggia attraverso l’essenza della nostra Irpinia; per ritrovare un’identità bistrattata dai bagliori del conformismo. Ebbene, questa volta ci siamo diretti verso il borgo medievale di Quaglietta (frazione di Calabritto dal 1928).

    Sorto lungo la statale 91, l’antica fondo Valle Sele, si sviluppa intorno al castello longobardo e poi normanno col primo signore di queste terre: Robertus De Quallecta. Nel corso dei secoli i poveri contadini che abitavano la vallata sottostante hanno creato l’abitato trasferendosi al di sotto del maniero. Questo borgo ha mantenuto indenne il suo fascino medievale non subendo rilevanti danni con il sisma del 1980, probabilmente le falde acquifere sottostanti hanno attutito l’entità della scossa.

    L’antico nome del borgo era “Aquae Electae” per le sue numerose sorgenti, in seguito ha subito varie modificazioni sino all’odierno Quaglietta. Nonostante ciò, nella pronuncia degli abitanti locali si continua ad accentare la “a” pronunciando “Qua-gliétta”: Invasioni Irpine, alla riscoperta di Quaglietta e Calabrittoquesta pronuncia rimanda per assonanza all’originario nome della località. Aggiungiamo anche una curiosità, lo stemma del paese realizzato su pietra nei secoli passati potrebbe considerarsi un classico lavoro all’italiana: l’artista non documentandosi sull’origine del nome rappresentò una quaglia al suo interno! Arrivando abbiamo subito il piacere di costantare un’ottima viabilità, Quaglietta è raggiungibile facilmente da una delle ultime uscite irpine della moderna superstrada del fondo valle Sele. Nella piazza principale abbiamo trovato ad attenderci i fantastici ragazzi dell’associazione “Lo Scrigno”: una realtà che, con le sue iniziative e con il suo impegno, è l’anima di questa comunità!

    Il centro abitato poco si differenzia dalle altre realtà irpine, anche qui abbiamo potuto constatare come gli anziani siano gli ultimi custodi di questo centenario borgo. All’uscita per Quaglietta abbiamo trovato anche lo svincolo per un’area industriale, ma ciò non è bastato a frenare lo spopolamento: ancora una volta si è puntato su quello che non si è, non valorizzando ciò che si ha… immense potenzialità turistiche. Dopo le presentazioni, iniziamo la visita guidata al paese in compagnia dei ragazzi di “Lo Scrigno”.

    Per l’occasione i più giovani hanno indossato gli abiti tradizionali di questa comunità, antiche fogge che uniscono le nuove generazioni alle passate nel segno di una secolare cultura agro-pastorale. Visitiamo le chiese del paese risalenti al XIX secolo e partiamo alla volta del piatto forte della giornata: la fotogenica ripa, così chiamata per la presenza di sorgenti al di sotto dello sperone roccioso. Sulla sommità della ripa è presente il castello e un borgo medievale che a partire dal 2016 ospiterà un albergo diffuso, inutile dirvi quanto lo scenario di questo rilievo proteso verso il cielo sia da cartolina.

    Dopo la presenza longobarda e normanna, questo maniero è andato ad ingrandirsi nei secoli fino ad ospitare la chiesa baronale nel seicento. Dell’edificio sacro resta un mistico altare in pietra e un sarcofago, che riprende in un bassorilievo le sembianze di un nobile con gorgiera ed abiti seicenteschi. C’inoltriamo con la lunga fila d’invasori attraverso un monumentale arco in pietra che da accesso alla rocca medievale e ci ritroviamo immersi in un’ambientazione surreale dove il tempo ha fuso storia e natura. Su questo rilievo le costruzioni umane sono un tutt’uno con la roccia viva da cui sono state erette.

    Il complesso sembra un essere vivente nelle sue stanze labirintiche che ne consacrano la sua maestosità. In un piccolo paese d’Irpinia abbiamo trovato una grandiosa fortificazione del passato che sembra ancora combattere la sua battaglia, contro il tempo che lentamente ne sgretola i suoi contorni. Immersi nel silenzio cosmico di questi ruderi basta chiudere gli occhi e lasciarsi all’immaginazione per poter rivivere i tempi che furono.

    Sulla sommità del castello, su una delle terrazze panoramiche più belle della Campania, è davvero forte il richiamo all’epoca di cultura e barbarie che fu il lungo medioevo europeo. Ovviamente dobbiamo ricordare che in Irpinia ogni paese ha il suo prodotto tipico, quello di queste terre è lo zenzifero: una spezia che cresce solo su questi monti e che si può degustare nella sagra ad essa dedicata il 18 e 19 agosto. Scendendo dalla ripa abbiamo anche incontrato le nonne del posto intente, ora come allora, a tagliare la pasta fatta in casa con lo zenzifero; il tutto sotto l’occhio vigile delle nipotine.

    Un provolone impiccato e un pranzo a sacco hanno concluso questa prima tappa all’ombra della chiesa campestre della Madonna delle Grazie: un luogo ameno ai piedi dell’abitato, tra pascoli e gelide sorgenti. Il borgo di Quaglietta non rientra tra le più blasonate mete turistiche irpine, ma non ha nulla da invidiare a nessuno: anzi, si tratta di una piacevole scoperta per chi ha voglia di spingersi ai confini dell’Irpinia. Si tratta di una località che ha davvero molte potenzionalità e che potrebbe dare un grande apporto all’offerta turistica dell’avellinese. Ricordiamo che si trova a pochi passi dalle sorgenti di Caposele, dal santuario di Materdomini, dall’oasi di Senerchia e dall’altopiano del Laceno; nonostante ciò ognuna di questa comunità sembra procedere a testa bassa per la sua strada nello sviluppo del turismo.

    Non ci resta che sperare nella commissione turismo dell’”unione dei comuni”, che vede proprio impegnati i sindaci di Calabritto, Bagnoli Irpino e Caposele. Nel pomeriggio siamo passati da quest’incantevole frazione al comune centrale, Calabritto. Questo comune irpino si affaccia sull’alta valle del Sele incastrato tra i suoi monti. L’abitato presenta pochi siti di rilevanza storico-culturale: resta solo una grotta usata dai briganti nell’ottocento al di sotto delle abitazioni. Ai lati delle strade del paese incontriamo soltanto simmetrici edifici in calcestruzzo post-sisma; il motivo ce lo fa intuire la vicina faglia di Calabritto che a pochi km dall’abitato è epicentro di gran parte delle scosse sismiche della provincia. Siamo, però, in un paese ricco di sorgenti e sede di uno dei centri di raccolta per l’acquedotto pugliese. Quest’opera nel corso della seconda guerra mondiale attirò gli aerei della “Raf” inglese, intenzionati a bombardare l’acquedotto per lasciare l’Italia meridionale a secco e anticiparne la resa. Tuttavia, nulla resta delle contraeree tedesche che da queste montagne difesero l’opera dalle incursioni alleate. La ricchezza di acque di questa terra ha fatto si che i suoi abitanti non abbiano mai dovuto pagare per questo servizio. Ad accoglierci troviamo una guida del “Gruppo Escursionistico Piceno Sele” che ci accompagnerà alle famose cascate del Tuoro. Il percorso per questa gemma nascosta nel cuore oscuro dei monti Picentini è accessibile a tutti, essendo stato ricoperto dal cemento, e richiede circa un’ora di cammino. Dopo una mezz’ora di trekking incontriamo e risaliamo il Rio Zagarone, affluente del Sele. È il fascino esotico, quasi fanciullesco, tipico degli scrittori di fine 800′ e dei loro “gran tour” che ci assale inoltrandoci nelle lussureggianti e selvagge gole che abbracciano il paese di Calabritto.

    All’improvviso il forte fragore e una fresca brezza ci guidano di masso in masso verso una spettacolare cascata che dall’alto dei suoi monti precipita giù creando vasche e ruscelli. Non siamo nei pressi dei grandi laghi africani, ma lo scenario è molto simile. La cascata potente e tumultuosa arriva nella gola, ma ciò sembra non scalfire il placido e impassibile viaggio del Rio Zagarone. L’acqua è così limpida che se ne può vedere il fondo velato dai riflessi del sole filtrato dagli alberi, non esitiamo a berne e a riprendere il nostro percorso verso i monti che svettano immensi e minacciosi all’orizzonte.

    Il percorso continua verso l’incantato santuario della Madonna delle Nevi, riusciamo appena a vederlo all’interno della sua grotta sull’alto delle montagne che si ergono cupe a chiudere la visuale; ricordando la finitezza dell’uomo dinanzi all’infinito essere della natura. Attraversato il fiume e incontrate altre cascate minori, siamo nella “piana cupa” quando ci rendiamo conto che non riusciremo a raggiungere il 11725486_753452604771702_944907701_osantuario prima che le tenebre raggiungano noi. Ripartiamo, dunque, alla volta di Calabritto. In questo spettacolo da copertina del “National Geographic” abbiamo notato solo un grande assente, l’ente “Parco Regionale dei Monti Picentini”: una realtà che è sempre più solo una denominazione e che anche da queste parti stenta ad essere presente sul territorio con indicazioni, eventi e promozione.

    Ritornando notiamo sulla sommità di una fattoria un cranio di bovino scrutarci dai suoi lugubri contorni, anche questa è l’Irpinia: un segno di avvertimento, un segno di una terra vergine e selvaggia che chiusa in quest’enclave montuosa riesce a mantenere intatta la sua purezza dinanzi alla modernità. Ci ricorda che in queste zone sopravvivono ancora gli ultimi strali dell’ottocento, di quella dura civilità contadina fatta di sacrifici e genuinità che ha preceduto l’avvento delle macchine e la sopraffazione del rapporto tra uomo e natura.

    Il sentiero è fiancheggiato da decine di piccoli campi che rubano ogni centimetro all’impervia montagna, ancora oggi molti continuano a coltivarsi un piccolo appezzamento di terra. Qui sopravvive una realtà lontana anni luce dal conformismo dell’industrializzazione di massa, una dimensione lontana dalle grandi città del futuro che preserva il suo fascino e che fa della sua diversità un punto di forza per un turismo alternativo.

    A 900km da Milano, nel cuore verde del sud Europa non c’è spazio per pacchetti turistici di massa; ma c’è una terra da esplorare e da scoprire. Rientrati in paese abbiamo trovato il classico clima provinciale, immancabili sono state le domande delle anziane signore incuriosite dalla nostra presenza: domande rigorosamente in dialetto locale, che ci hanno permesso di notare le numerose assonanze con i dialetti dei paesi sparsi su questi monti. Questo conferma come un tempo le montagne univano questi popoli, mentre oggi la vita frenetica ha fatto di esse ostacoli e non risorse. Abbandonati i monti Picentini, queste comunità sono interamente proiettate sulle vallate sottostanti dell’Alto Sele, dell’Ofanto e dell’Alto Calore.

    Gli ultimi bagliori del giorno si proiettano tra le creste dei Picentini evidenziando la foschia estiva, ed è a questo punto che terminano le “Invasioni Irpine” a Calabritto. Questa volta ci affidiamo a “Google Maps” per guidarci verso casa e imbocchiamo una lunga discesa senza protezioni che tra forti pendenze, fossi e sobbalzi ci catapulta a valle verso la superstrada. Nella mattinata la viabilità per Quaglietta ci aveva lasciato sorpresi, ora ci ricordiamo di essere pur sempre in Irpinia.

    Siamo all’altezza di Lioni quando il sole finalmente chiude la nostra lunga giornata incendiando i cieli irpini, intanto al nostro fianco decine di macchine cariche di bagagli procedono in direzione opposta verso il mare. Molti di loro probabilmente ignorano quanto possa offrire la loro terra a pochi passi di casa, ma è questo il nostro compito. Le Invasioni Irpine proseguiranno a breve il loro viaggio, una nuova tappa ci attende e sempre più gente dalla provincia e da quelle vicine è pronta a lasciarsi guidare in una terra che ha ancora tanto da raccontarci…

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