Si è chiusa ieri, con una proiezione anche a Bagnoli Irpino, la quarantatreesima edizione del Festival Internazionale del Cinema del reale Laceno D’Oro

Entrare in una sala cinematografica comunale di un piccolo paese irpino, in questo periodo storico, è qualcosa di estremamente emozionante. Come ci tiene a rimarcare il regista Edoardo De Angelis, presente a Bagnoli Irpino per la proiezione del suo Il vizio della speranza, evento interno al Laceno d’Oro, stare seduti su quelle sedie “non è solo testimonianza, ma militanza“, a favore del cinema, delle tradizioni culturali italiane, del riscatto di un popolo ferito che vuole sperare ancora.

Quella chiaramente manifestata dal sindaco di Bagnoli Irpino, Teresa Di Capua, è la speranza di poter riportare nella sua terra d’origine un festival internazionale glorioso, che ha mantenuto il legame con i luoghi dell’Irpinia, ma che ormai da anni si è spostato nel capoluogo di provincia.

Quella del direttore artistico, dr. Antonio Spagnuolo, è di poter contare su una programmazione regionale, con relativo finanziamento del festival, anticipati rispetto all’autunno, in modo da poter immaginare di riportare sull’Altopiano di Laceno le proiezioni estive, magari proprio su quella terrazza che ha ospitato Pasolini, Monicelli, Loy.

La speranza del film di De Angelis, invece, sembra veramente un “vizio”, che nessuno riesce a togliersi completamente, nemmeno se si tratta di un reietto, se Dio non sa nemmeno che esiste, se vive a Castel Volturno ed aiuta una pappona eroinomane a trafficare neonati di prostitute.

La protagonista del film, Maria (il film ha un’onomastica tutta mariana, da Fatima a Virgin e non per caso), infatti, si porta dentro le ferite fisiche e morali di una bambina violentata e per un atroce destino è schiava di una matrona che gestisce i traffici illeciti di questa zona campana abbandonata, sporca, attraversata da un fiume – il Volturno – tutt’altro che salvifico, ma nonostante tutto spera e sogna la libertà.

Un cast eccezionale, cha va da Pina Turco (la protagonista) a Marina Confalone e Cristina Donadio, rende viscerale e coinvolgente il racconto di queste esistenze ai confini, ancora più ai confini di quelle dei tanto temuti migranti (che nella pellicola sono accoglienti, folkloristici, accomunati agli italiani “brava gente”), in un non luogo, che tuttavia esiste, eccome, e non è nemmeno tanto diverso da come lo si vede nel film.

Il film è grigio, nudo, violento, franco, ma anche poetico come proprio i film del neorealismo italiano sanno essere. Del resto, se si racconta l’evoluzione di un personaggio così complesso verso la riconquista di sé, non è immaginabile che il racconto sia fiabesco e, per giungere alla rottura delle acque della nascita-rinascita finale il passaggio attraverso la putrida acqua del Volturno è inevitabile. D’effetto e inaspettata la trovata finale di “meta cinema”, che ci lascia veramente credere che il bene possa trionfare.

Un plauso, infine, alla colonna sonora quasi interamente affidata ad Enzo Avitabile, che da qualche anno è la spalla destra di questo giovane talentuoso  regista campano. Le parole di “Jastemma d’ammore” sono tanti fendenti sferrati con un sorriso ed una maracas nell’altra mano, a sottolineare quanto coraggio ci voglia per amare, nonostante tutto.

Insomma, dopo Indivisibili e Perez, in cui pure De Angelis aveva dato prova della sua bravura, Il vizio della speranza conferma le enormi potenzialità del cinema italiano. “Se almeno questa sala fosse aperta una volta al mese – dice un’anziana signora di Bagnoli Irpino dopo la proiezione – pure passerei il tempo facendo una cosa bella!“. Come darle torto!

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