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Cronaca

La storia di “Penelope”, violenza e dramma

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Questa è la storia di una violenza e del dramma di una donna violentata e ferita nel profondo della sua anima. La rabbia di Rita Nicastro

“Fammi fare quello che voglio o ti uccido. Stai ferma e non urlare”. Non è un film dell’orrore, è realtà. È una storia disumana, crudele e forte. Una violenza, uno stupro interiore, che colpisce nel profondo. È la storia di Penelope (nome inventato).

“Non era un uomo, era una bestia quello che per quarantacinque minuti mi è stato addosso”. Sono le parole forti di Penelope, la donna 48 enne di Avellino, vittima di una violenza sessuale avvenuta in pieno giorno e nel centro della città di Napoli, nel primo pomeriggio di domenica della scorsa settimana.

Quarantacinque interminabili minuti di violazione. Il suo è un racconto forte, intenso, come il dolore che ha vissuto e la paura che l’ha soffocata. Quarantacinque minuti in cui Penelope ha avuto paura di morire, come se essere violata non sia un po’ già morire.

Era il doppio di me e tutto il suo peso era sulla mia schiena. Si arrabbiava perché avevo i jeans troppo stretti e non riusciva a levarmeli”.

Sono alcuni stralci del suo racconto, talmente duro da far male a chi legge, a chi ascolta, a chi ha visto. Penelope ha raccontato di una passante, una donna sì, che ha visto tutto, una donna a cui lei ha chiesto Aiuto, a cui ha chiesto di chiamare la polizia. Quella stessa donna che è fuggita:

È passata una donna, avrà avuto quarant’anni. Ha visto tutto. Io sono riuscita a gridare: “Aiutami, chiama la polizia, i carabinieri, ti prego”. Ma lei si è allontanata, è scomparsa. Non ha fatto nulla. Non ho avuto le allucinazioni, è stata ripresa dalle telecamere e la polizia sta cercando di identificarla”.

Non serve che la si condanni questa donna, perché si è già condannata da sola e senza saperlo.

L’uomo è stato arrestato dalla polizia, ma nessuno potrà mai cancellare questo dramma. Dall’altra parte dello specchio c’è la famiglia della donna, c’è suo marito che non riesce a darsi pace perché non è riuscito a proteggere sua moglie.

“Quando mi hanno chiamato, sono rimasto senza parole. Sono corso in ospedale, al Cardarelli, dove l’avevano portata. Ho visto il suo sguardo assente, buio. Il suo sorriso spento. Non riuscivo a crederci. Ho realizzato solo una volta tornato a casa cosa fosse successo.

Mi ha raccontato tutto, nei dettagli. Mentre l’ascoltavo ero terrorizzato, e mi ha scosso sentire che per liberarsi, mia moglie si era aggrappata al cassonetto dei rifiuti. Da allora non ho più smesso di chiedermi cosa stessi facendo io in quei quarantacinque minuti”.

Violenza

Abbiamo ascoltato Rita Nicastro, Presidentessa di “Ni Una Menos”

Chi tocca una di noi, tocca tutte noi. La Convenzione del Consiglio d’Europa del 2011, dedicata alla prevenzione e lotta alla violenza contro le Donne, chiamata anche “Convenzione di Istanbul”, afferma che tale forma di violenza è contemplata come “…una violazione dei Diritti Umani”.

È proprio quello che è successo anche nei giorni scorsi a Napoli, nel Metropark, ad una donna che aspettava alla fermata dei pulman, di poter ritornare a casa, dopo una dura mattinata di lavoro dedicata alla cura delle persone  vittime del Covid19, alle quali, lei infermiera, cerca di far superare la grande paura e sofferenza che hanno vissuto.

Mi domando, perché ad una donna non è permesso, all’inizio del Terzo Millennio, di poter sedere serena, su di una panchina,  di stare sola con i suoi pensieri, concentrata nel suo mondo interiore, circondata dal vuoto e dal silenzio di luoghi un tempo caotici, vivendo la dura vita imposta da quest’ assurda quarantena?

Perchè all’improvviso vengono cancellati tutti i suoi diritti di libera Cittadina e si trova a dover vivere lunghi momenti di terrore, inerme, nelle mani di un uomo che ha perso ogni controllo, dignità ed umanità?

Nessuno che possa accorrere alle sue grida di aiuto?  Nemmeno l’unica donna che passa e fugge, negando la sua empatia e solidarietà? Ottusamente convinta che certe cose capitano solo alle altre?

Molti diranno che la causa è il colore della pelle del suo aguzzino, spiegato così il problema sarebbe semplice. 

E allora come possiamo spiegare le dieci Donne vittime di femminicidio dall’inizio di questo periodo di reclusione forzata?

Come spiegarci la tremenda notizia che ci arriva dall’Argentina, di una  ragazza di appena 24 anni che è stata impiccata e gettata giù dal balcone da quello che avrebbe dovuto essere il suo ragazzo? Il suo “fidanzatino”?

Dati ufficiali ci dicono che in questi due mesi ci  sono state 3.000 richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza domestica.

Una professoressa durante una lezione on line, ha sentito delle urla nella casa di un suo alunno e ha chiamato le forze dell’ordine per soccorrere un’altra madre picchiata e umiliata.

Tutto questo ci fa pensare, amaramente, che “Qualcosa non ha Funzionato”. Illusioni, l’illusione di una libertà che finisce con lo sgretolarsi. Una donna torna da lavoro, in pieno giorno, ma perde ogni Diritto alla libertà. Il Diritto alla serenità. 

Questo problema della violenza sulle donne va affrontato seriamente, condiviso con tutti e con tutte. 

È necessario rivedere i modi di relazionarsi, comunicare e, soprattutto, il messaggio lanciato dai programmi televisivi, dai social e da tutto il mondo che ci circonda. Abbiamo l’obbligo di educare all’ Affettività i giovani. 

A questa donna, a questa infermiera, che è stata vicina a tante altre Donne che hanno subito soprusi per la sola colpa di essere Donne, possiamo dare tutta la nostra vicinanza e solidariètà, possiamo dire che sappiamo che guarite le ferite del corpo, resteranno quelle invisibili ed indelebili dell’anima. 

Non deve dimenticare che anticamente Dio era una Donna, la Dea Madre che dava la Vita. Così ci raccontano gli storici, parlando dei Popoli antichi che adoravano le forze della Natura.

Anche in lei esiste questa forza ancestrale, una forza che dovrà usare per non permettere al suo aggressore di cancellare tutto il mondo positivo e vitale che ha dentro di sè.

Non deve permettergli di annullare la sua vita e quella della sua famiglia che soffre del suo dolore.

Tante persone ti sono vicine, tante persone hanno bisogno di te. Abbi la forza ed il coraggio, appena potrai, di riprenderti la tua vita, perché è un tuo pieno Diritto. 

Non è un caso che le abbia dato il nome di Penelope, una donna forte e coraggiosa. Forza e coraggio sono le qualità che noi le auguriamo di trovare per affrontare questa battaglia.

 

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Studentessa universitaria, laureata in Lettere curriculum Pubblicistica, presso l'Università degli Studi di Salerno. Scrivo per amore della scrittura. Chi scrive per passione (con la speranza di crearne una professione), si ritrova nella condizione di Don Chisciotte e nei panni di chi combatte una battaglia già persa. E alla fine vince.

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