Sacca magmatica sotto l’Appennino: può essere causa di forti terremoti



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Scoperta sorgente magmatica sotto l’Appennino meridionale in corrispondenza della zona Sannio-Matese. I ricercatori hanno rilevato un’anomala risalita di materiale lavico che potrebbe generare terremoti di magnitudo significativa

Quando si parla di terremoti il pensiero corre subito a quel maledetto 23 novembre 1980 che ha sconvolto il territorio irpino-lucano insieme alla vita di migliaia di persone. La tematica è tra le più delicate e va trattata con cognizione di causa in quanto la prevedibilità dei fenomeni sismici è pari a zero e ogni volta il rischio è quello di scadere in inutili allarmismi.

É proprio di queste ultime ore la notizia, pubblicata sulla rivista Science Advances e divulgata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con il Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università di Perugia, secondo cui sotto l’Appennino meridionale, all’altezza del zona Sannio-Matese, ci sarebbe una sorgente di magma capace di generare terremoti “di magnitudo significativa”.

Secondo i ricercatori, potrebbero verificarsi movimenti tellurici con ipocentri più profondi rispetto a quelli registrati finora nell’area considerata. Questo significa che si genererebbero sismi particolarmente distruttivi e potenzialmente capaci di sollecitare una zona ad alto rischio vulcanico come quella vesuviana e dei Campi Flegrei.terremoti

La sacca magmatica è stata scoperta grazie allo studio della sequenza sismica registrata tra il 2013 e il 2014 in prossimità del massiccio del Matese. In particolare è stata rilevata un’anomala risalita di massa lavica nella crosta terrestre tra i 15 e i 25 km di profondità. Inoltre, ha destato stupore anche la forma delle onde sismiche degli eventi più importanti che è risultata essere simile a quella tipica dei terremoti delle aree vulcaniche.

I dati raccolti hanno altresì evidenziato che i gas rilasciati e giunti in superficie liberi o disciolti negli acquiferi sono composti prevalentemente da anidride carbonica. Questa risultanza offre ulteriori elementi per studiare con maggiore proficuità le dinamiche e le zone di risalita del magma nelle catene montuose.

Vi è allora possibilità che si formi un nuovo vulcano? A tal proposito la risposta del dott. Giovanni Chiodini, vulcanologo e geochimico dell’INGV, è chiara:

“È da escludere che il magma che ha attraversato la crosta nella zona del Matese possa arrivare in superficie generando un vulcano. Tuttavia, se l’attuale processo di accumulo nella crosta dovesse continuare, è possibile che, sulla scala dei tempi geologici (ossia migliaia di anni), si arrivi ad una nuova formazione eruttiva”

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