La malaria in Irpinia: un Regio Decreto traccia i confini del contagio



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Un inedito Regio Decreto del 10 novembre 1905 dichiara malariche ampie zone della provincia di Avellino ricadenti nei Comuni di Gesualdo, Pietradefusi e Santa Paolina. A inizio ‘900 erano 65 i comuni irpini afflitti dalla malaria che causava una mortalità superiore al 2%

Dammi ‘u chinì, dammi ‘u chinì!” E’ l’insistente richiesta contenuta nella pagine del libro “Cristo si è fermato a Eboli” con cui i bambini di Matera, malati e malnutriti, si rivolgevano a Carlo Levi chiedendo il chinino, rimedio medicamentoso antipiretico e antimalarico. La realtà sociale narrata è quella degli anni trenta del secolo scorso e la malaria ancora infestava intere zone del nostro Paese, soprattutto nel Meridione.

In scene non dissimili da quella immortalata dalla penna di Levi era facile imbattersi anche in numerosi comuni dell’Irpinia che spesso avevano ampi territori classificati come malarici: agli inizi del XX secolo i paesi della provincia di Avellino afflitti dal paludismo erano 65 (16 nel circondario di Avellino, 20 in quello di Ariano di Puglia, 29 in quello di Sant’Angelo) e veniva registrato un tasso di mortalità superiore al 2%.malaria

Tra l’ottocento e i primi decenni del novecento la malaria rappresentava uno dei flagelli peggiori che potessero colpire in particolar modo la popolazione residente in zone paludose e umide, e per questo motivo era oggetto di continue attenzioni da parte di politici e governanti del tempo: essi non di rado intervenivano adottando provvedimenti mirati con cui si andava o ad identificare nuove zone malsane, o ad imporre specifiche misure di profilassi.

Tra questi interventi si può annoverarel’inedito Regio Decreto n.558 del 10 novembre 1905. L’atto legislativo va a dichiarare zone malariche vaste porzioni di territorio della provincia di Avellino appartenenti ai comuni di Gesualdo, Pietradefusi e Santa Paolina; al tempo stesso impone alle autorità competenti l’obbligo di censire i proprietari dei fondi insistenti in  dette zone, nonché le persone che ivi vivessero, al fine di adottare le disposizioni precauzionali del caso.

Il documento contiene una delimitazione dettagliata e precisa di queste aree, quasi esclusivamente a vocazione agricola, comprese tra fiumi e torrenti. Erano proprio i corsi d’acqua, infatti, a favorire la proliferazione delle zanzare responsabili dei continumalariai contagi.

Andando a soffermarsi sulle zone dichiarate malariche dal provvedimento in questione, si segnalano soprattutto quelle ricadenti nell’agro pietrafusano che, partendo dalle terre di confine con San Giorgio del Sannio in provincia di Benevento, arrivavano a Campanarello (attuale Venticano) fino a lambire il comune di Torre le Nocelle.

Il territorio infetto di Santa Paolina, invece, già descritto e demarcato dal precedente Regio Decreto n. 250 del 1903, veniva ulteriormente esteso fino a toccare le prime propaggini dei vicini comuni di Montemiletto e Pratola Serra: tutto ciò dimostra la virulenza della malaria che era in grado in breve tempo di infestare nuove aree fino ad allora salubri e che, a fasi alterne, arrivava ad assumere veri e propri connotati epidemici.

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