lunedì - 6 Luglio 2020

Coronavirus, altri 5 casi in Irpinia. Incubo nuovo focolaio

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    Migranti Avellino, quando la violenza passa in secondo piano – lettera aperta a Carlo Mele

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    Due ragazze somale sarebbero state lasciate fuori dal centro che le accoglieva ad Avellino  dopo aver denunciato un grave episodio di violenza; ad intervenire la Comunità Accogliente di Mercogliano

    [ads1] Solo lo scorso giovedì i ragazzi e le ragazze della Comunità Accogliente di Mercogliano si sono schierati contro la violenza facendo sentire la loro voce sugli episodi accaduti negli ultimi tempi in Irpinia (leggi qui).

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    Tutto ciò non è bastato, ancora un grave episodio di violenza è avvenuto nei giorni scorsi ad Avellino. Due sorelle di origine somala hanno denunciato alla Questura di essere state importunate da un migrante nei locali del centro sociale Samantha della Porta. La vicenda ha rappresentato per qualche ragione il “pretesto” per lasciare le due ragazze fuori dal centro di accoglienza e la violenza che hanno subito è passata in secondo piano. A quanto pare le due ragazze risiedono nel centro sociale gestito dalla Caritas Avellino solo provvisoriamente, in attesa di una sistemazione migliore, ed è proprio questa la risposta che hanno ricevuto al loro ritorno dalla Questura.

    avellino

    Nonostante le ragioni, lecite o meno, lasciare in mezzo ad una strada due ragazze dopo che hanno denunciato un episodio di violenza sembra un atto alquanto vile e maschilista. Per questo motivo Letizia Monaco, referente della Comunità Accogliente di Mercogliano, si è rivolta a Carlo Mele, referente della Caritas Avellino in una lettera aperta che riportiamo qui di seguito:

    Le donne che denunciano atti di violenza vanno accolte e basta!

    Caro Carlo, uso volutamente la forma della lettera aperta, per le riflessioni critiche che sento il dovere di muovere pubblicamente, a Te ed alla Caritas, sul modo di affrontare la vicenda delle due ragazze somale che hanno avuto il coraggio di denunciare ai Carabinieri e alla Questura le percosse ed il tentativo di violenza carnale di cui sono state oggetto. É scritto nel verbale della Questura che un ragazzo < … presso il Centro “Don Tonino Bello giornalmente sia verbalmente, proferendo le seguenti parole :“Devi lasciare perdere questa cosa che tu sei musulmana, andiamo a scopare, e fisicamente, palpeggiandomi nelle zone erogene, … oggi (30 marzo) alle ore 13,30 presso il Centro Sociale Samantha Della Porta, nella zona contigua ai bagni ha iniziato a palpeggiarmi, e subito dopo si è abbassato i pantaloni mostrandomi la sua virilità… mi sono immediatamente ribellata …>.

    Dopo essere state in Questura a denunciare queste cose, le ragazze hanno trovato la porta del Centro Caritas chiusa, sbarrata, inaccessibile, con motivazioni irripetibili fondate sull’equidistanza tra chi ha usato violenza e chi l’ha subita. É questo il fatto gravissimo, inaccettabile! Le donne che subiscono violenza e che hanno il coraggio di denunciare alle autorità, vanno accolte e basta, Carlo, accolte e curate nel corpo e nell’anima. Quella porta sbarrata, dopo la violenza, è un rimprovero alle due donne, un’offesa ulteriore. 

    Non può essere, Carlo, che il colore della pelle delle donne distingua i casi per i quali si fanno le manifestazioni e quelli per i quali che si cerca di coprire con una assordante ed inaccettabile omertà. Mi dispiace, ma ogni altra argomentazione (ospitalità da otto mesi, noi ci siamo fatti carico, ecc.) e su qualunque altro argomento, non c’entra niente, proprio niente! Il sapore amaro della equidistanza del giorno dopo è ancora peggio di quella del giorno prima. Queste riflessioni molto amare e tristi, muovono dal rispetto per la Caritas, per i volontari del Centro e dalla stima personale per Te.
    Voglio sperare che stasera per le due ragazze la porta sia ancora aperta…

    Ieri sera con ulteriori sollecitazioni da parte della Comunità Accogliente le due ragazze sono tornate nel centro gestito dalla Caritas, ma non possiamo far altro che domandarci quale impatto avrà quest’episodio nella loro vita e in quella di tante migranti, in primis donne, che si trovano a lottare ogni giorno per la propria dignità. 

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