“Montevergine”, il film del 1939 girato nel Santuario

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È stato proiettato ieri, a Mercogliano, il film con Amedeo Nazzari, presentato dal prof. Paolo Speranza. In sala, presente anche l’imitatore Eugenio Corsi

Davanti a poco più di venti persone, tra cui il cabarettista e imitatore Eugenio Corsi, ieri pomeriggio è stato proiettato il film “Montevergine – La grande luce”, al centro sociale “Campanello” di Mercogliano.

L’iniziativa, organizzata dall’Amministrazione comunale, guidata dal sindaco Massimiliano Carullo, con l’Assessorato alla Cultura, diretto da Lucia Sbrescia, in collaborazione con il Salotto letterario e con le professoresse Marianna Carbone e Sofia Ocone, ha visto la partecipazione di Paolo Speranza, direttore della rivista cinematografica e collana editoriale “Quaderni di CinemaSud”, che prima della proiezione ha esposto un’analisi approfondita sul lungometraggio:

Il prof. Paolo Speranza mentre mostra la copia del film

«È un film che si segue con piacere e riserva dei colpi di scena. Innanzitutto si tratta di un film legato, non solo per il titolo, alla nostra provincia; la prima notizia che volevo darvi è di natura pubblicitaria e commerciale: siccome questo film è molto conosciuto ma poco visto per vari motivi, c’è la possibilità di poterlo acquistare online perché alcuni anni fa una società romana ha realizzato un DVD; esiste una versione su YouTube non proprio eccellente. È di nuovo in commercio per due ragioni: il protagonista, Amedeo Nazzari, è stato uno degli attori più popolari del cinema italiano, e anche perché si è trattato di un film importante. L’immagine sulla locandina è quella della scena finale ed è proprio ambientata all’interno del Santuario» ha dichiarato il prof. Speranza, che poi ha proseguito il suo interessante discorso: «Il film, come quasi tutti i film dell’epoca, era girato negli studi di Cinecittà, negli stabilimenti che erano stati inaugurati appena due anni prima. C’è anche un po’ di propaganda fascista in questo film, perché siamo nel 1939, e un film girato a Montevergine confermava l’alleanza tra il regime e la Chiesa cattolica. Con Montevergine, e con altri film di questo genere, il governo italiano cercava di far sviluppare un cinema nazionale. Non solo Montevergine era da secoli uno dei luoghi di pellegrinaggio più popolari d’Italia, ma quest’opera gratificava sia il Vaticano che la dinastia dei Savoia. La produzione è della “Generalcine”, il regista Carlo Campogalliani era uno degli emergenti del cinema italiano e questo film fu presentato alla Mostra di Venezia (che era nata nel 1932 ed era la prima manifestazione cinematografica in Italia), e si aggiudicò un trofeo molto ambito: quello che oggi è il Premio della Giuria, allora era la Coppa del Partito Nazionale Fascista e questo era il segno di un’attenzione e di un’importanza che questo film ha avuto e avrebbe avuto in misura ancora maggiore se non fosse intervenuta l’anno dopo la tragedia della guerra, che ovviamente bloccò in qualche modo la parabola di alcuni lungometraggi dell’epoca. Molti altri film, a causa della guerra, i bombardamenti e la devastazione di Cinecittà da parte delle truppe tedesche, si sono perduti, tra questi “Il marchese di Ruvolito”, con Eduardo e Peppino De Filippo» ha ricordato, «girato appena l’anno prima di “Montevergine” e prodotto da un irpino (Amedeo Madia, ndr); la casa di produzione si chiamava “Irpinia Cinematografica”, che dopo questo film fallì, ed è l’unica pellicola di Eduardo che risulta introvabile. Magari lo troveremo, un giorno, all’estero!» ha concluso con una battuta l’esaustivo direttore.

Centro sociale “Campanello”

Ma veniamo alla trama del film: la storia è ambientata agli inizi del ‘900; siamo a Montevergine, il protagonista è Rocco Moretti, interpretato da Amedeo Nazzari, un maniscalco sposato e padre di una bambina. Inaspettatamente, arriva al paese Pietro (Carlo Duse), un tempo promesso sposo proprio della moglie di Rocco. Quest’ultimo, una sera, entra in un’osteria per sorseggiare un po’ di vino; nello stesso locale ci sono Pietro, che gioca a carte con alcuni compagni, e l’alcolizzato Andrea Lori (Renato Chiantoni), debitore di 100 lire proprio nei confronti del fabbro. In seguito ad una rissa, l’ubriaco viene colpito dall’oste Gennaro (Giovanni Dolfini) con una bottiglia di vetro, ma Rocco viene accusato ingiustamente di omicidio. Egli fugge per non essere arrestato e si imbarca clandestinamente, aiutato da un suo cugino di Napoli, Pasquale (Giovanni Grasso), su una nave diretta in Argentina. Dopo alcuni anni, l’unico testimone che aveva assistito alla scena, un muto (Umberto Sacripante) che aveva perso la voce per uno spavento avuto da bambino, con l’aiuto del parroco (Enzo Biliotti) riesce a provare l’innocenza del fabbro, che viene assolto da ogni accusa. Ma sul punto di ritorn"Montevergine", il film del 1939 girato nel Santuarioare in patria, Rocco (che si era troppo fidato del proprietario di una distilleria), subisce la vendetta di una donna argentina, che gli nasconde oppio di contrabbando nel bagaglio. Arrestato alla dogana, egli si ribella alle guardie ed è perciò condannato a dieci anni di prigione. Scontata la pena, la storia balza al 1924; Rocco può finalmente ritornare in Italia, dove sua figlia, ormai divenuta grande, è fidanzata con Alberto (Andrea Checchi), un ragazzo che intende sposarla. Il matrimonio, però, è osteggiato da un ricco possidente del luogo, lo stesso che accusò malignamente di omicidio il fabbro. Rocco, accecato dall’ira e volendo salvare la propria figliola dalle mire del malvagio, decide di ucciderlo e si reca a cercarlo tra i pellegrini che sono diretti al santuario di Montevergine. Una volta in chiesa, però, l’uomo è toccato dalla grazia e depone l’arma (un coltello che aveva sottratto al cugino), inginocchiato davanti all’immagine della Madonna di Montevergine, riappacificandosi con il suo nemico, stringendogli la mano.

IMG_3562C’è da dire che il regime fascista usava ogni mezzo per fare propaganda e questo film, girato nel periodo dittatoriale, un anno prima che Mussolini annunciasse l’entrata in guerra dell’Italia, presenta al proprio interno delle forzature  in una sceneggiatura addomesticata, dovute certamente a imposizioni politiche. Tuttavia, come sostenuto dai critici di quel periodo (tra cui Cesare Zavattini), questo film contiene molti elementi di realismo (la scelta di girare in esterni non era frequente nell’Italia di allora), discostandosi totalmente dai film storici (in voga in quegli anni), dal cinema edulcorante dei “telefoni bianchi” e dalle ambientazioni borghesi e aristocratiche (prima dell’avvento deIMG_3566l neorealismo infatti, avvenuto nel 1943 con “Ossessione”, raramente nei film si faceva riferimento alle situazioni disagiate delle classi proletarie). Amedeo Nazzari, 32enne all’epoca delle riprese, nel film si esprime in un linguaggio che non è affatto il nostro dialetto (la cadenza sembra più toscana che irpina); questo fu rilevato anche dal Corriere dell’Irpinia, ma la stampa locale si dimostrò comunque entusiasta di un film che riguardava la nostra terra. La grande luce del titolo si riferisce alla visione di fede che colpisce il protagonista, nell’emozionante sequenza finale, girata nel santuario di Montevergine (oltre a un’inquadratura da lontano, si notano anche i gradini di ingresso dell’abbazia), dove Rocco sgomita tra i fedeli, durante una celebrazione religiosa, per compiere la sua vendetta. Il finale troppo buonista, però, è in netto contrasto con i film del neorealismo, dove emerge un quadro più disperato e frustrante.-

FRASI DEL FILMIMG_3565

  • “Chi lavora, prega!”
  • “Si vede che non sei genovese! I soldi servono… eccome se servono”

GIUDIZIO: ***