sabato - 17 Aprile 2021

Vaccino, oggi somministrate 3.490 dosi in Irpinia

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    Il sisma del 23 novembre 1980, un naufragio in terra

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    23 novembre 1980. Ore 19:34. 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti. Il sisma – naufragio

    23 novembre 1980. Trentasette anni dopo dal naufragio in terra. Con il sisma del 1980 le case diventarono come imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si è perso tutto. Forse si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie. Si abita un suolo chiamato per errore terraferma.  Ma è terra scossa da singhiozzi abissali.  

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    Il terremoto arriva cieco, di notte o di sera, e sconvolge i piccoli paesi.  Così in Irpinia. Ore 19:34. Una magnitudo di 6.8  con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza, e Conza della Campania.“Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”.  La frase di guerra di cent’anni fa del soldato Ungaretti Giuseppe ricorda i circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti. Racconta il sentimento di stare attaccati all’ albero della vita con un solo piccolo punto di congiunzione.

    Abitiamo una terra precaria, ogni generazione cresce ascoltando storie di terremoti. Così, con le narrazioni, i vivi smaltiscono le perdite. Le macerie si spostano, si abita di nuovo lentamente, ma al loro posto restano le voci, le parole degli scaraventati all’aperto, a tetti scoperchiati. Ricordano, raccontano. (Erri De Luca)

    Terrae Motus, il terremoto raccontato

    sisma

    Teresa ricorda lo sgomento, la paura. La  forza della natura concentrata in un solo minuto, un tempo così infinito. La vita che, però, infinita non è. Perché in un minuto tutto può crollare. I sogni, le speranze, i progetti di una sedicenne possono sgretolarsi, un po’ come quelle pietre, che a poco a poco divennero granelli di sabbia. Il frastuono, poi tutto divenne tacere, tra così tante macerie. “Non sembrava novembre quella sera. Faceva caldissimo”. 

    Tra le quelle macerie, lo strazio di Luisa. A raccontare di lei la madre, Maria. Un ricordo doloroso, straziante. Due vite spezzate. Lei e la  piccola che portava in grembo.  Spesso le parole sono più grandi di noi. Una poesia può ricordarci una storia dolorosa quanto quella di Luisa, che non ce l’ha fatta.

    Dormivo dentro il ventre della mamma
    quando un boato annullò la promessa.
    Nessuno si giustifichi o mi spieghi.
    Non c’è lingua comune tra me e i vivi,
    e tutto sommato non ne vale la pena.

    E Carmine. Ricorda i muri che a poco a poco diventano sempre più vicini. Il lampadario oscillare, la corrente mancare. Cercava suo figlio nel buio, Gaetano. Aveva sette anni. Lo trovò nascosto dietro alla porta, la forza del sisma lo aveva scaraventato lì. Oggi Carmine e Gaetano sono vivi e possono raccontarlo. E mai dimenticheranno il dolore e la disperazione o quell’angoscia di sentire che c’è qualcosa di più grande di noi.

    E poi c’è chi non c’è. A volte non hai il tempo di accorgertene, le cose capitano in pochi secondi. Tutto cambia. Sei vivo. Sei morto. E il mondo va avanti. Siamo sottili come carta. Il nostro ricordo va ai sopravvissuti, a tutti i familiari delle vittime del terremoto e soprattutto a chi un tremolio di terra ha portato via la vita.

     

     

     

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