Terremoto dell’Irpinia del 1980, la poetica storia di Vincenzo

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Il 90enne Vincenzo è tornato per la prima volta, dopo 37 anni, nella zona del Convento di Santa Maria delle Grazie a Sant’Angelo dei Lombardi. Devastato dal terremoto, oggi rimangono pochi ruderi. «Dopo la scossa, sono tornato di corsa nella mia casa ormai distrutta per recuperare 40mila lire, tutto quello che avevo da parte»

Il 23 novembre 1980 è una data che nessun irpino potrà mai dimenticare: quel giorno, una domenica, alle 19:34, l’Irpinia fu colpita da un tragico sisma, che causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti. Nel 37º anniversario del terremoto dell’Irpinia del 1980, io e mia sorella Patrizia decidiamo di recarci a Sant’Angelo dei Lombardi, «la capitale del terremoto»; questo paese, completamente raso al suolo, registrò infatti il maggior numero di vittime: ben 482.

Arrivati al borgo, ci fermiamo a fotografare il cartello di benvenuto al paese, situato dopo una curva; ora c’è la vegetazione sull’asfalto ma un tempo, come testimoniano le immagini dell’epoca, al di là delle ringhiere in ferro c’erano dei fabbricati urbani, ammassati uno sopra l’altro dopo il forte sisma. Alla ricerca di qualcosa che evochi quel lontano passato, notiamo la sede della caserma dei carabinieri, completamente abbandonata dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, inaccessibile e con i vetri delle finestre frantumati, accanto alle poste del comune. Di lì a poco raggiungiamo il Castello degli Imperiale, dove una coppia di mezza età si aggira e ci sorride. È una giornata fredda, ma con un cielo terso. La piazza di Sant’Angelo dei Lombardi, alle due e mezza del pomeriggio, è vuota e silenziosa, quasi quanto gli attimi surreali dei giorni successivi al disastro. Poco più avanti, tre ragazzi davanti ad un caffè ci notano, uno di loro abbassa gli occhiali per scrutarci meglio, senza una ragione valida decidiamo di entrare a quello posto di fronte e chiediamo al barista di indicarci, qualora ci fosse, la zona disabitata. Non otteniamo notizie rilevanti, d’altronde il paese nuovo è stato costruito sulle macerie di quello vecchio, ma ci consiglia di visitare i ruderi di un ex convento francescano. Ritorniamo intanto alla piazza principale, dove non c’è più traccia del palazzo Japicca, che ospitava 25 famiglie (in quell’area infatti, oggi, c’è soltanto un parcheggio); al piano terra dello stabile era presente un locale, il Bar Corrado, punto di ritrovo degli sportivi, che quella sera, davanti alla TV, stavano assistendo in massa alla partita Juventus-Inter. Persero tutti la vita, compreso il giovane sindaco Guglielmo Castellano, che si trovava in un circolo insieme ad altri tifosi che erano tornati dallo stadio «Partenio», dove l’Avellino aveva vinto 4-2 contro l’Ascoli.

La sede della caserma dei carabinieri, abbandonata dopo il 23 novembre 1980

Decidiamo, quindi, di andare a visitare le rovine del convento. Prima, però, cerco di intervistare qualcuno, così fermo un signore che laconicamente mi fa capire di non voler rilasciare dichiarazioni, non mi resta che incassare il suo diniego mentre alcuni ci guardano incuriositi, forse per la nostra attrezzatura, ma non tentano di avvicinarsi o di prendere la parola. In molti, qui, dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980 hanno perso amici, conoscenti, familiari, parenti, allora realizzo sia meglio non insistere per non riaprire, nel cuore delle persone, una vecchia ferita. A Sant’Angelo dei Lombardi è ancora evidente il segno tangibile di quel dramma doloroso. Ritornati in auto, chiediamo a un simpatico vigilante come raggiungere la chiesa, ci “scorta” fino al parcheggio nei pressi del municipio, dove proseguiamo a piedi verso il monastero.

Una veduta di Sant’Angelo dei Lombardi. Il paese è stato completamente ricostruito dopo il sisma dell’80

Proprio tra le rovine del Convento di Santa Maria delle Grazie, notiamo, da lontano, un signore claudicante che prima si guarda attorno, poi fissa i ruderi davanti a sé, immobile. Ci saluta senza conoscerci, come si usa fare da queste parti. Ci avviciniamo per fargli qualche domanda, così raccogliamo la testimonianza di Vincenzo, un signore di 90 anni («compiuti il 2 novembre» ci tiene a precisare), vedovo da nove, al quale gli era capitato più volte di entrare nell’edificio religioso. Vincenzo, dopo 37 anni dal terremoto dell’Irpinia del 1980, è tornato per la prima volta in quella zona, ad osservare quel poco che rimane del suo passato. A differenza delle persone con cui avevamo cercato un dialogo, Vincenzo è disponibile a raccontarci la sua storia, anzi sembra quasi che ci stesse aspettando.

Vincenzo osserva le rovine del convento

«Qui ci sono venuto due o tre volte con un amico che si era separato dalla moglie, nel convento veniva a trovare la figlia. L’edificio, gestito dalle monache, era bello ma già fatiscente» ci confessa. Su internet troviamo poche informazioni sulla struttura, quindi apprendiamo che era una dimora delle suore che ospitava una trentina di orfanelli, ma Vincenzo precisa: «Si trattava di bambini che avevano una difficile situazione familiare. Un mio amico, ad esempio, aveva una figlia che lasciò alla nonna prima di partire per il Venezuela, la bambina venne mandata qui per studiare; la retta era di 10mila lire».

«Dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, non ero più venuto qui» asserisce. «È da un anno che abito a Sant’Angelo dei Lombardi, un giorno ho visto l’indicazione per la cappella di Santa Maria ma sono arrivato fino a un punto (ce lo indica, ndr), invece oggi, nonostante mi facciano male le gambe, mi è venuta la voglia di scendere e mi sono ricordato di quando c’ero stato. Qui vicino c’era una cantina dove andavamo sempre a mangiare».

«Ci vorrebbero quattro giorni per raccontarti la mia vita» mi dice con una voce flebile, mentre più volte si toglie il berretto di lana per lasciarsi fotografare con le rovine alle sue spalle. Cerca la mia approvazione, io lo assecondo nel tempo in cui mia sorella ci interrompe perché si preoccupa che non prenda troppo freddo alla testa! Vincenzo, allora, si copre e loquacemente inizia a raccontarsi: «A 21 anni partii per fare il militare presso la caserma Spaccamela di Udine, sono andato varie volte al sacrario militare di Redipuglia, poi mi mandarono a Civitavecchia per un corso di guastatore. In Friuli esploravamo i ponti, attraversammo tutta la provincia di Udine fino a raggiungere quella di Gorizia, ci portavano a vedere dov’erano posizionate le trincee e mi ricordo bene di un posto, Monte San Michele. Quando tornai dall’esercito non avevo una lira, ma tutti si trovavano in quella situazione, non solo io; adesso, per i giovani, sta diventando come prima. Una sera, quindi, andai in un’agenzia perché ero stanco e chiesi di salire sulla prima nave in partenza; all’epoca il Conte Biancamano, l’Andrea Doria e la Flotta Lauro andavano verso l’America. Il giorno dopo, alle quattro del mattino, presi la nave da Napoli con destinazione Venezuela. Era quella l’unica strada percorribile. Spagna (Tenerife, Barcellona), Giamaica, Centro e Sud America: se ci penso, ho girato mezzo mondo» afferma, accompagnando l’incredulità con un sorriso.

«Nel 1967, su suggerimento di mio padre (che nel frattempo si era ammalato) me ne andai in Canada, a Toronto, dove viveva mio fratello. Facevo il carpentiere, il manovale perché se nella vita vuoi andare avanti devi buttarti, oggi noto che i ragazzi non hanno questo spirito di sacrificio». Vincenzo ci rivela episodi della sua vita da emigrante: «Sono stato in Svizzera per trentacinque anni, a Basilea. Nel ’74, a causa di una scheggia, mentre lavoravo, ho perso l’occhio destro, così un anno dopo, nel ’75, sono tornato in Italia per stare con la mia famiglia. Cinque anni dopo ci fu il terremoto. Proprio quando volevo riposarmi, dopo tutta la vita che avevo vissuto… il maledetto terremoto dell’Irpinia del 1980».

Vincenzo aveva 53 anni quando accadde la catastrofe, e ci racconta quei drammatici istanti: «Al momento della scossa mi trovavo a casa, a Guardia Lombardi, con mia moglie e mia figlia, all’epoca molto piccola. L’appartamento oscillava e mi ricordo che i palazzi si “giravano”. La sera, dopo la prima scossa ce n’erano state altre ugualmente forti, ma sono risalito sopra, sempre con la paura, perché avevo un po’ di monete da parte e le ho messe subito in tasca: raccolsi 40mila lire, tutti i miei risparmi».

«Con un amico andai in giro per il paese per guardare tutto quello che era successo e non credevamo ai nostri occhi, sembrava l’Apocalisse. Accendemmo il fuoco per riscaldarci e poco dopo cominciarono ad arrivare gli aiuti; guardavo le ruspe che recuperavano i morti, non si capiva niente in piazza. Un’ala dell’ospedale nuovo era crollata, mentre al Bar Corrado e al circolo ricreativo, dove giocavano a biliardo, morirono più di quaranta persone. A Guardia Lombardi ci furono dei feriti in una chiesa mentre si svolgeva la sagra della castagna, qui a Sant’Angelo dei Lombardi, invece, il sisma è stato più potente; Sant’Angelo, prima, era un paese pieno di gente, la piazza era gremita di persone ad ogni ora».

Intanto, durante la conversazione, un uomo di mezza età cattura la nostra attenzione mentre prega fugacemente inginocchiandosi davanti all’edicola votiva posta al centro delle rovine. Qui, ognuno commemora a modo suo l’anniversario del terremoto dell’Irpinia del 1980.

Dopo una breve pausa, riprende: «Vennero politici importanti, come il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, ma i soldi per la ricostruzione non si sa che fine abbiano fatto. La casa rotta la ristrutturai con un contributo di 16 milioni di lire, tornai a viverci dopo quattro mesiDopo il terremoto, nel mio paese non rimase più nessuno, tutti andarono via, chi in America, chi in Australia, perché ognuno aveva dei parenti all’estero».

Vincenzo, invece, si rimboccò le maniche per non abbandonare di nuovo la sua terra: «Rimasi qui perché ero tornato appena cinque anni prima. Dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, ho lavorato con un mio cugino ristrutturando gli alloggi danneggiati per renderli più belli, moderni e confortevoli. Pensa che nel 1981, a Guardia, riparammo ventidue case in un solo mese, adesso non valgono più niente ma in un paese piccolo come il nostro c’erano sessanta ditte».

Il cielo, d’improvviso, si annerisce e copre le rovine del convento. Vincenzo dà un’occhiata all’orologio, non si è accorto del tempo che è trascorso, mi abbraccia lungamente e mi sorprende ancora una volta quando ci ritroviamo a parlare del futuro, di quello che si aspetta dai giorni che verranno. «La mattina prendo il caffè, mi riposo e poi esco per il paese, ma mi sento solo, non ho un amico con cui passeggiare» ammette amaramente. Lo ringrazio per aver condiviso con me i suoi ricordi, poi si allontana e scompare dal mio orizzonte.

Non mi resta che ripercorrere con la mente tutta la vita che in quel momento è passata davanti ai suoi occhi, quegli stessi occhi che in quel luogo della memoria cercavano di sforzarsi di rammentare, impressi su uno sguardo nostalgico, ritrovando frammenti sparsi di quello che ormai non c’è più. Cos’abbia spinto quest’uomo di 90 anni (che ha «vissuto terremoti, guerre e quattro decenni di emigrazione») a ritornare proprio lì, omaggiando nella più totale solitudine la sua terra, resta per me, al pari delle peripezie che ha dovuto affrontare durante l’esistenza, un eterno mistero, ma mi piace pensare che abbia immaginato di illudersi, anche per un attimo, di tornare indietro, a quel fatidico 1980, stavolta per fermare le lancette alle 19:33, un minuto prima che quel boato di novanta secondi squarciasse i sogni di intere generazioni, provocando miseria e dolore, segnando per sempre, ineluttabilmente, il destino di un territorio e del suo popolo.

© Fotografie di Paolo Pagnotta