domenica - 26 Settembre 2021
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    “La villa del tempo assente”, il nuovo romanzo di Domenico Pisano

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    “La villa del tempo assente” è il nuovo romanzo del prof. Domenico Pisano. Un atto di denuncia, ma anche una riflessione sulla senilità e sulla solitudine. Per l’occasione abbiamo dialogato con il docente su questi temi, anche in relazione alla pandemia

    Edito da Italic Pequod, “La villa del tempo assente” è il nuovo romanzo del prof. Domenico Pisano, insegnante di italiano e latino presso il Liceo statale “Publio Virgilio Marone” di Avellino e autore di opere in prosa e poesia con cui ha ottenuto diversi riconoscimenti. Il più recente è il Premio “Letteratura” (XXXVI edizione), assegnato dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, vinto con la sua raccolta poetica “Il tempo e un amore” (Manni Editore, 2019).

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    La villa del tempo assente” racconta della vita di uomo e di un padre, Giuseppe, ospite di una casa per anziani. Alla sua morte, il figlio troverà tra i suoi effetti personali delle annotazioni attraverso le quali si rivelerà una vita fino ad allora sconosciuta, fatta di cruda realtà e tenera malinconia, indifferenza e solidarietà, ricordi e oblio.

    Prendendo spunto, dunque, da quest’opera che è un atto di denuncia, ma anche una riflessione sulla senilità e sulla solitudine, ci siamo confrontati con il prof. Domenico Pisano su questi temi, divenuti ancora più attuali e sentiti a causa della pandemia.

    Domenico Pisano
    Il prof. Domenico Pisano

    Ne “La villa del tempo assente” sono centrali i temi della vecchiaia e dell’abbandono. Cosa l’ha motivato a raccontare ed esplorare queste dimensioni umane?

    «I vecchi sono considerati un peso, un fastidio. Lo stesso vocabolo “vecchiaia” è sinonimo di decadenza: non apre ad alcuna nuova e utile realtà. Avverto un’anomalia feroce, una ingiustizia sociale sfacciata. Una società, per evolversi e proporsi quale momento di civiltà e crescita, deve tutelare e rispettare i più deboli ovvero quelli che conservano ancora il recondito respiro dell’umanità. Soprattutto, devono essere amati e accolti i bambini, le donne, i vecchi. Sono, queste, creature che conoscono la solitudine e fanno del proprio essere un chiaro segno di vita intesa nell’amore. Sappiamo bene quanto scarso rispetto ci sia per la vita stessa, se ancora guerre e futili motivi la minacciano e la violentano. Non meravigliamoci se questa occasione sia esclusa dal rapporto umano, ridottosi a squallida mercificazione. Affinché sia valida ed etica questa nostra vita, i vecchi non devono essere contrapposti ai giovani: una sorta di conflittualità. Tra loro esiste un legame invisibile ma profondo come un solco tracciato nella terra per renderla fertile». 

    Si è riflettuto molto sul fatto che la pandemia abbia sottratto ai più giovani tempo ed esperienze che non sarà possibile recuperare. Al contempo, le fasce più anziane della popolazione hanno visto ridursi o addirittura annullarsi il prezioso tempo dedicato agli affetti. Una sua riflessione su questo tema, rispetto al quale il suo romanzo risulta molto attuale.

    «I vecchi vivono un tempo assente, privo di affetti e di comunicazione. La pandemia, sì, ha inasprito determinati pregiudizi e alzato altre barriere. Ma il virus circolava già da tempo: il virus della disumanizzazione. Nella frenesia dei ritmi convulsi ed economici la “lentezza” dei sentimenti è stata immolata sull’altare dell’arido pragmatismo. Efficienza, competenze, linguaggi tecnologici… un capovolgimento (o rifiuto) di valori ed entità del passato senza alcuna garanzia di una continuità logica e funzionale con lo stesso. In tale disegno stritolante, in questo universo piccolo più di una goccia, i vecchi non hanno ruolo né identità: rappresentano un ostacolo alla corsa dei tempi, loro che sono il senso umano del Tempo».

    Domenico Pisano

    Domanda di rito, in questo momento storico, per chi come lei indaga il concetto di humanitas attraverso la scrittura: dal suo punto di vista, dopo aver superato la pandemia, ci ritroveremo davvero migliori come esseri umani?

    «Ecco, l’humanitas… sarà sempre un orizzonte lontano, un’alba negata. Non sono né devo essere pessimista. Dobbiamo proporre in ogni momento, prospettare nuovi mondi e conoscenze. Vivere, non sopravvivere. Di certo, cogliere la vita è difficile, arduo. In tale complessità si nasconde il quotidiano con il dolore e la gioia. La scrittura può essere un mezzo per affrontare questa sfida e “scalare” montagne e cieli. Un tentativo di comunicazione. Abbiamo bisogno di “scrivere” per essere consapevoli della nostra presenza, del nostro operato. Scrivere per raccontarsi prima di raccontare. Senza egocentrismi, manipolazioni o mode commerciali. La scrittura è la chiave per aprire stanze chiuse e buie. È il coraggio di darsi all’altro con umiltà e ritrovarsi nell’altro con lealtà. Scrivere è una conoscenza, che diventa carne della nostra carne e respiro del nostro respiro quando fluida percorre i sentieri dell’anima».

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